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  1. In questi giorni c’e’ tutta una propaganda dei giornali dei finanzieri che vogliono che tutte le banche stampino soldi, e che dicono che non vi e’ alcun rischio di inflazione, perche’ ovviamente non si vede inflazione da anni. E questo, nonostante si siano immesse sul mercato quantita’ enormi di soldi, piu’ o meno da parte di ogni banca centrale. La vera domanda e’: perche’ e’ cosi’ necessario stampare soldi per i finanzieri? E specialmente, perche’ non si vede inflazione?




    Per fare questo abbiamo bisogno di semplificare, ovvero di fare un esempio di sintesi che ci aiuti a capire la situazione. Abbiamo un’economia reale che e’ legata allo scambio di servizi e beni fisicamente misurabili tra persone ed aziende, e poi abbiamo un’economia della finanza che processa beni e servizi puramente convenzionali, ovvero senza corrispettivi nell’economia reale.

    Adesso supponiamo che per un momento “la finanza” decida di aprire una banca centrale propria, e di coniare la propria moneta, diciamo il “Trippone”. 

    La prima domanda e’: visti gli andamenti dei listini, in che modo evolve il “trippone”?

    La risposta e’ che, dal momento che c’e’ sempre rischio e il meccanismo dei derivati trasforma il rischio in valore, il valore della massa dei derivati continuera’ a crescere, la TCE (Trippon Central Bank) sara’ costretta a stampare sempre piu’ soldi. La massa monetaria del Trippone, cioe’, e’ condannata a crescere.

    Se la finanza consumasse una propria moneta, la banca centrale della “finanza” sarebbe costretta a stamparne in continuazione.
    Al contrario, in un caso simile le monete normali tornerebbero ad essere legate all’economia reale, e ad obbedire alle leggi classiche, ovvero “se stampi piu’ moneta crei inflazione”.

    Adesso pero’ c’e’ un problema: i negozi non accettano il trippone. Cosi’, periodicamente i nostri finanzieri andranno dalla propria banca di cambio e cercheranno di convertire i tripponi in moneta reale. Il guaio e’ che l’economia reale obbedisce ora alle leggi classiche, e poiche’ la massa di tripponi vale cifre enormi, finiscono col convertire il 90% della massa valutaria in moneta reale, sottraendola all’economia globale.

    Cosa ne risulta? ne risulta che i prezzi crollano di dieci volte, circa, producendo DEflazione, ovvero il contrario dell’inflazione. Insomma, quando la finanza converte i suoi soldi in soldi reali, sottrae moneta all’economia reale, prosciugandola, e impedendo a qualsiasi inflazione di nascere.

    Adesso abbiamo introdotto una separazione tra i due mondi, ma se la togliamo e li facciamo lavorare di nuovo con una moneta unica, Adesso abbiamo capito cosa succede: poiche’ la massa di soldi “finanziari” cresce in continuazione, la finanza si caratterizza per due richieste:


    • Poiche’ non ha una propria banca che stampa tripponi, allora ha bisogno che le banche locali stampino soldi reali.
    • In ogni caso, la continua trasformazione di valore “inventato” in valore reale prosciuga di liquidi l’economia reale. Se una banca centrale si rifiuta di nutrire il bubbone finanziario, essa prosciuga l’economia reale di liquidita’.
    • Il continuo prelievo di soldi da parte dei finanzieri, che guadagnano anche quando tutto il mondo e’ in recessione, produce recessione, o semplicemente frena tremendamente l’Inflazione.
    Capite adesso perche’ tutta la stampa occidentale, che e’ essenzialmente posseduta da finanzieri, ha convinto la popolazione che sia necessario stampare moneta. E’ assolutamente necessario per la finanza stampare moneta, perche’  avere 50 volte il PIL del mondo in derivati significa che ne potete spendere solo il 2%,  a spese di tutta l’economia ,mondiale.

    Adesso facciamoci una domanda. Prendiamo per buoni questi numeri, e diciamo che i derivati siano 50 volte l’economia globale. Adesso supponiamo che piu’ del 2% dei clienti decida di “uscire”, ovvero di convertire in moneta i suoi derivati, i suoi investimenti. 

    Che succede?

    Succede che non ci sono abbastanza soldi. 

    E non sto parlando del caso in cui TUTTI escano dall’investimento, o del caso in cui la maggior parte esca dall’investmento per avere liquidita’. Nono: sto dicendo che se solo il 3% dei finanzieri volesse vendere i propri derivati per averne in cambio soldi, TUTTI i soldi del pianeta non sarebbero sufficienti.
    Ora sfortunatamente un 3% e’ un rischio ENORME, dal momento che assomiglia molto al rendimento effettivo della media degli investimenti, e questo significa che se per disgrazia chi ha investito si mette in testa di uscire dall’investimento, casca tutto, e diventa chiara una cosa molto semplice:

    i derivati sono “Valore” quanto i soldi del Monopoli.

    Assumendo un numero OTTIMISTICO di una quantita’ di derivati pari a “sole” 50 volte il PIL del mondo (1),  se piu’ del 2% degli investitori decidesse di uscirne, non ci sarebbero abbastanza soldi, OVUNQUE, per convertire le loro carte in denaro vero.

    Basta considerare questo per capire una cosa: ci sono piu’ tripponi che dollari. E di conseguenza, il trippone non potra’ mai cambiare in dollari, OPPURE VALERE MOLTO MENO DI UN DOLLARO.

    Cosi’, adesso ripetiamo lo schema: abbiamo comprato derivati pagandoli dollari veri, e li abbiamo titolati al valore in dollari. Se lo avessimo fatto coi tripponi, avremmo detto che un tale erivato vale 100 tripponi, cioe’ 100 dollari.

    Adesso il nostro derivato vale 110 tripponi perche’ siamo stati fortunati, ma quando torniamo indietro troviamo che tutti vogliono riavere i loro 110 dollari, ma sfortunatamente la massa monetaria e’ 50 volte piu’ piccola di quella dei tripponi, cosi’ i nostri 110 tripponi valgono solo 2,2 dollari. 

    Iniaziate a capire perche’ tutti i finanzieri, i giornali finanziari, gli studiosi di finanza, e tutto il circo che gira attorno a quel mostruoso casino’ vogliono che le banche stampino soldi, sempre piu’ soldi, ancora piu’ soldi: se domani il 3% dei possessori di derivati decidesse di uscire dall’investimento, non potrebbe avere i suoi soldi perche’ non ne esistono cosi’ tanti!

    Il valore nominale dei derivati NON PUO’ essere trasformato in soldi, se non in ragione dell’ 1/2%. Se possedete derivati per 100, il loro valore “a riposo” e’ di 2. Perche’ se tutti i derivati venissero ritirati, assorbendo ogni centesimo di ogni moneta del mondo, al massimo ricevereste indietro questa cifra.(2)

    Adesso facciamo un’altra ipotesi interessante: domani non dico il 3%, ma il 0.5% dei possessori di derivati decidono di uscire dal loro investimento e di riavere i loro soldi. 

    Considerata l’ipotesi di una massa di derivati 50 volte il PIL del mondo, otteniamo che i nostri investitori ritirano il 25% del PIL DEL MONDO e se lo mettono in banca.

    Problema: le banche hanno in casa soldi per il 25% del PIL DEL MONDO? Diciamo che tutte le banche del mondo insieme potrebbero forse sopperire, rimanendo cronicamente senza moneta, senza riserve e senza soldi per il credito o per lo scambio interbancario.

    Suona familiare?

    Conclusione:
    E’ sufficiente un LIEVISSIMO trend di uscita in liquidita’ dei possessori di derivati, che decidano cioe’ di venderli per avere i soldi veri, e l’economia mondiale entra in un gigantesco credit crunch.

    Cosa significa un lievissimo trend?

    Abbiamo ragionato nella ottimistica ipotesi che i derivati valgano 50 volte il PIL mondiale. In queste condizioni, tutte le risorse del pianeta sono rappresentate dal 2% dei derivati. Cosa succede se arriva un attentato o un evento che scuote la psicologia degli investitori e di colpo il 2% dei derivati viene trasformato in liquidi perche’ il 2% degli investitori decide di uscire? Succede che la banca non ha soldi per restituire il valore, e se la banca centrale non stampera’ altri soldi, il nostro investitore non vedra’ mai i suoi soldi.

    Ma c’e’ un altro scenario: un derivato scade e allora noi non lo rinnoviamo e vogliamo indietro i soldi. Quanto succede? Se ipotizziamo, tanto per sparare un numero, una durata media di 3 anni, ogni anno il 33% dei derivati va rinnovato.
    Se invece del 33% se ne rinnovano solo il 30%. Eh, scoppia un casino, perche’ siamo alla situazione in cui il 3% ha deciso di uscire. 

    Capite come il sistema valutario sia seduto su una tanica di esplosivo. Un esplosivo molto sensibile, perche’ se qualche notizia che dilaga , come la notizia di una crossa crisi o una grande paura per il futuro spinge il 3% dei possessori a non rinnovare, il gioco scoppia. 

    E se solo l’ 1% decide di non rinnovare, e non si reinvestono sempre piu’ soldi nel gioco, il gioco crolla. 

    Non so se avete presente quella gente che ha comprato terreni su Marte. Ecco, quella gente probabilmente puo’ rivenderli con un buon guadagno, ma se cercasse di usarli, di camminarci sopra o di costruirci qualcosa, scoprirebbe che non puo’. 

    Lo stesso dicasi dei derivati. Se volete venderli probabilmente ci fate grandi affari, ma se per disgrazia solo il 3% dei sottoscrittori decidessero di uscirne, sarebbe un disastro.

    Ora, e’ chiaro come la finanza nel suo complesso sia solo un gigantesco schema Ponzi, ed e’ chiaro perche’ tutti i finanzieri detestino la BCE: il suo rifiuto di stampare non fa crescere la massa monetaria abbastanza da fornire la moneta necessaria  a pagare questa massa incredibile. 

    D’altro canto, la crisi continua, e se per caso il 3% di chi possiede derivati decidesse di uscirne…. 

    Cosi’, la finanza di oggi ha due incubi, ovvero necessita di fare pressioni sulle banche centrali perche’:

    • Hanno paura che piu’ di un certo X di persone decida di uscire dal gioco e rivoglia i soldi. Con percentuali PICCOLISSIME di persone che vendono i derivati e ne fanno dei liquidi, le banche vengono prima proscugate e poi chiudono per mancanza di liquidita’, e se non chiudono non hanno soldi da prestare.
    • Hanno una fifa boia che qualcuno realizzi un semplice dato di fatto, ovvero che i loro derivati hanno lo stesso valore di un terreno su marte. Puoi anche farci un listino, ma non provare a camminarci sopra, perche’ non puoi.
    • Per guadagnare di continuo, cosa che devono fare poiche’ trasformano il rischio in soldi , hanno bisogno che lebanche centrali stampino sempre piu’ soldi, e anche con le quantita’ enormi stampate dagli americani NON e’ possibile rientrare che di una piccola frazione dei derivati totali.
    Ora capite perche’ tutti i giornali continuano a dire che le banche centrali devono essere “prestatori di ultima istanza”: essi sono posseduti da finanzieri, e i finanzieri temono che non esistano abbastanza soldi per uscire dagli investimenti derivati , senza uccidere le banche da cui hanno comprato i derivati stessi. Se vogliono trasformare i titoli in liquidi, devono fare i conti col fatto che sul pianeta c’e’ liquidita’ solo per il 2% di loro.

    Trasformato in soldoni, basta una oscillazione del 2% nella quantita’ di persone che rinnovano o comprano derivati, e va tutto a puttane, perche’ si scoprira’ che, vista la quantita’ di soldi in circolazione, i loro derivati - al massimo - potrebbero valore solo un cinquantesimo del valore nominale.

    E ho usato numeri ottimistici.
    Uriel




    (1) E attenzione perche’ io considero il PIL, perche’ se considerassi le masse monetarie sarebbe pure peggio!
    (2) In realta’ molto prima le economie reali collasserebbero per deflazione.
  2. „Berlusconi in doppiopetto Caraceni vendeva sogni di prosperità a un’Italia benestante, Grillo su internet vende desiderio di vendetta ad un’Italia risvegliatasi in bancarotta.“

    http://www.quitthedoner.com/?p=1366

  3. Finalmente mi e’ arrivata la vdsl, e ricomincio a scrivere. Anche perche’ dopo lo scorso post su Grillo , complice la campagna elettorale (avviso: fino a quando non riacquisterete il senno , cioe’ dopo le elezioni, le iscrizioni sono bloccate) e’ successo un finimondo nella mia casella email. Ci sono alcune cose che forse non vi sono chiare, e cioe’ che l’ M5S non e’ il nuovo. E’ un ponte tra mondo pre-internet e mondo post-internet.

    Che cosa intendo? Supponiamo di vedere - come si vede - una gigantesca differenza tra i “native digital” , quelli la cui cultura viene tutta “DI (Dopo Internet, oggi siamo nel 22 DI) , e quelli che invece si sono formati prima di Internet.
    Si tratta di due generazioni che non si possono piu’ comprendere. Per i vecchi Internet e’ un prodotto, un servizio, una cosa che puoi avere o meno, ma non e’ “spazio”. Io, che sono nato nel 20 AI (Avanti Internet) , vedo internet come infrastruttura - perche’ e’ il mio lavoro - ma non la percepisco come tradizione.
    Una persona e’, se vogliamo,  un misto di fattori genetici o comunque interiori e due fattori esterni: la formazione, cioe’ l’effetto delle esperienze (artificiali o meno, come la scuola) e la tradizione, ovvero la cultura che ti cade addosso dal passato.
    Da questo punto di vista  io ho avuto una formazione “nel mondo reale” , inoltre ho ricevuto una “tradizione” che contiene una conoscenza che arrivava (a sua volta)  dal mondo reale. La stessa distinzione tra reale e virtuale mi e’ chiara in quanto ho vissuto anche in un mondo privo di virtuale.
    Esiste gia’ una generazione che ha vissuto SOLO l’esperienza di realta’ aumentata che e’ quella attuale. Una generazione per la quale internet e’ una parte naturale del mondo reale.

    Io sono rimasto un mese senza connessione ad internet, se non il mio cellulare con cui ho moderato il forum e scritto sporadiche opinioni (1), e non mi sono sentito troppo male. Mi e’ mancato uno strato di servizi, questo si, ma non ho provato l’ansia di chi prova una restrizione.
    La media dei ventenni, nella stessa situazione, prova la stessa ansia che prova chi e’ rinchiuso in un ascensore per via di un blackout. La realta’ aumentata e’ vissuta da loro come una semplice realta’ naturale, e rimanere sconnessi e’ percepito come noi percepiremmo una limitazione dello spazio fisico.(2) Ansia da prigionia, quasi claustrofobia.
    Ora, ci sono questi due mondi che non riescono a comunicare piu’ di quanto un gruppo di sordi ed un gruppo di ciechi possano raccontarsi a vicenda lo stesso film: sebbene il film sia lo stesso, la proiezione su entrambi e’ totalmente diversa. 
    Grillo non rappresenta la generazione nuova: il suo modello e’ ancora troppo obsoleto, sebbene piu’ moderno degli altri, dei suoi avversari. E non rappresenta nemmeno il vecchio, perche’ se ne e’ staccato andando a vivere su  un blog (o meglio, tecnicamente parlando e’ piu’ un portale, tecnologia vecchia di un decennio buono).
    Allora cosa e’ Grillo? E’ un ponte: una costruzione che TOCCA entrambe le sponde.
    Grillo tocca il vecchio perche’ fa ancora politica “tradizionale”: programmi, elezioni, candidati, comizi. Si attira le simpatie di coloro che vedono in internet uno strato di servizi e non parte della natura circostante perche’ fa le cose che hanno sempre visto fare in politica. Giornalismo d’inchiesta, broadcasting di idee, comizi politici, si porta alle elezioni locali, ha un programma, eccetera.

    Tutte cose del mondo vecchio, chi ha fatto politica giovanile negli anni 80 lo ricorda, e trasportate sui blog. Grillo parte dal vecchio.
    Ma Grillo tocca anche il mondo nuovo, perche’ parla di nuove tecnologie (a volte bufale), usa i blog ed Internet rifiutando i vecchi media , eccetera. In questo e’ quindi un ponte, cioe’ qualcosa che tocca entrambe le sponde.
    E’ ovvio che non ho timore di Grillo come hanno molti, perche’ so che un ponte puo’ solo rimanere tra le due sponde. Mano a mano che il tempo passa, la vecchia sponda muore, scompare dalla scena, diventa meno rilevante, e il mondo materiale e’ dominato dai nuovi professionisti, dai nuovi lavoratori, dai nuovi disoccupati, dai nuovi cittadini, insomma da gente che vive solo su una sponda.
    Quando tramonta la vecchia sponda, il ponte non serve piu’, perche’ non collega piu’ niente. Grillo come fenomeno ha forse un altro decennio di vita, non oltre. 
    Faccio un esempio stupido per capire che nella nuova sponda non c’e’ nessun rimpianto per la vecchia. La gente di Grillo si porta alle comunali con le sue idee riguardo ai rifiuti. Intende mandare i suoi uomini nelle amministrazioni pubbliche  a imporre una visione riciclatrice dei rifiuti.
    In questo e’ un ponte: contiene ancora un programma politico, un atto politico (vincere le elezioni local) e questo viene riconosciuto anche dalle persone cresciute nell’ Avanti Internet. Ma contiene anche dei mezzi nuovi, idee che ha conosciuto e diffuso via internet, eccetera.
    Ma ne ha davvero bisogno, di andare alle elezioni? Andiamo speculativamente sull’esempio, e parliamo di crowdfunding. Sapete bene che il crowdfunding serve a finanziare aziende startup onde permettere loro si superare la fase di fattibilita’ e arrivare al break even.
    Ora, supponiamo che sia fattibile (3) che un’azienda compri i vostri rifiuti. Vi scrive una app per il cellulare, con la quale vi iscrivete alla raccolta porta a porta che ci sara’ tra tot giorni. Tra tot giorni passa un tizio - se vi siete iscritti con la app -  cui date il vostro vetro, o la vostra carta, o la vostra plastica, e alla fine del mese vi danno - magari sotto forma di ricarica telefonica per essere molto agili nei pagamenti - qualche euro.

    Non siete voi che pagate una tassa dei rifiuti, ma vendete indietro dei rifiuti in cambio di soldi. 

    Poi l’azienda trasforma i materiali e rivende i materiali riciclati, facendo profitto. Non so se sia fattibile, ma supponiamo che lo sia.
    Supponiamo adesso che un movimento che ha una numerosissima audience proponga questa cosa ad una citta’ intera, e chieda il crowdfunding (10-20 euro)  per lanciare la startup.
    E supponete che funzioni: chiaramente nessuno usera’ piu’ i servizi del comune - a pagamento - se poi riceve soldi per i rifiuti dandoli a qualcun altro.  A prescindere dal fatto di essere grillini o meno, ricevere due soldi per i propri rifiuti piacerebbe a molti, almeno agli adolescenti che amano le ricariche telefoniche.
    In questo esempio - teorico: non e’ uno studio di fattibilita’ - abbiamo ottenuto ugualmente di imporre (o introdurre) una nuova modalita’ di gestione dei rifiuti al comune.  SENZA usare la politica, le elezioni, i programmi, eccetera.
    Ma nessuno della MIA generazione la definirebbe “politica”,  perche’ non c’e’ il partito, perche’ sembra un’azienda, perche’ il crowdfunding non e’ ancora considerato “politico”, perche’ non si sono portati alle elezioni, perche’ hanno chiesto il consenso sotto forma di contratto commerciale e non di voto. Per noi sarebbe un’iniziativa puramente commerciale.

    INVECE
    Per la generazione che e’ nata DI, Dopo Internet, questa e’ politica allo stato puro. E’ una proposta discussa in uno spazio pubblico, finanziata dai sostenitori, ha impatti sulla vita pubblica, ha impatti sulla collettivita’, e anche se non contiene NESSUNA delle azioni che normalmente fa un movimento politico, e’ vista come politica al 100%.
    Se osservate i punti del programma di Grillo, ad esclusione di quelli meramente politici, riuscite ad individuarne almeno mezza dozzina che potrebbero essere ottenuti SENZA alcuna interazione con la politica. Un misto di crowdfunding e crowdsourcing potrebbe realizzare molte delle sue iniziative sull’energia , sui rifiuti e sull’ambiente, sicuramente a livello locale.
    Ma la vecchia generazione NON CAPIREBBE(4). Grillo, essendo un ponte, deve toccare entrambe le sponde e NON PUO’ abbandonarne una delle due.
    Ora, secondo la mia personale datazione, siamo nel 22 Dopo Internet. Significa che , se si vota a 18 anni, solo 4 annate di italiani sono fatte da “nuovi” italiani che considerano “naturale” l’ecosistema di servizi digitali che usa quotidianamente.
    Per questa ragione il ponte DEVE ancora toccare la vecchia sponda. Sono 1.600.000 persone. Poche. 
    Tra dieci anni , nel 32 Dopo Internet, non solo i servizi saranno cosi’ diffusi che nascera’ il nuovo handicap di “digitoleso” (ad indicare una persona che necessita di aiuto perche’ non riesce a fare quel che fanno le persone normali da sola) ma ci saranno ben 12 anni di “Digital Native” al voto, e ben 32 anni di “Digital Native” sul mercato.
    Un partito potrebbe decidere tranquillamente di non fare piu’ da ponte e di staccarsi completamente dalla vecchia sponda. Un partito che:
    • Trae lo know how dalla rete. Un tizio in Siberia trasforma l’immondizia in erba pipa e ci guadagna? Ok, allora possiamo farlo anche noi.
    • Trae i fondi dalla rete. Dobbiamo fare la stessa cosa qui, e allora ci servono soldi. Benissimo: crowdfunding.
    • Trae l’impegno dalla rete. Dobbiamo fare la famosa applet? crowdsourcing. Dobbiamo mettere in piedi la sede dell’azienda? Crowdsourcing. E cosi’ via.
    • Trae la diffusione delle idee dalla rete. A questo punto ti paghiamo per l’immondizia, se vuoi vendercela tu fai soldi e il tuo vicino di meno.
    Il risultato di questo e’ che per una cosa simile non si passa piu’ per la politica. Non la si tocca nemmeno. Un simile movimento non verrebbe capito - e non verra’ capito - dai vecchi, ma sara’ vissuto come normale dai Digital Native.
    Adesso capite meglio cosa intendo dire: come ponte, Grillo (ed il partito Pirata, e tutti quanti si stanno gettando oggi nella mischia) e’ vincolato a toccare entrambe le sponde: il vecchio (parlare di partiti, far parlare i giornalisti, politica, elezioni, etc) e il nuovo (il blog, i meetup e poco altro).
    Questo ne fa inevitabilmente un movimento transiente. I vecchi partiti rimarranno a guardare la loro base scomparire lentamente, e non riescono nemmeno a toccare i Native Digital, credo che per il Native Digital medio i discorsi di Bersani o Monti (se li si considera pure come quelli preparati, LOL) non abbiano neppure senso , se li facessero in latino o in aramaico sarebbero piu’ comprensibili.
    Ma anche Grillo ha pochi anni di vantaggio sugli altri, perche’ essendo un ponte scomparira’ comunque insieme al vecchio. 
    Grillo non fa una nuova politica con internet, fa una nuova COMUNICAZIONE con internet, per poi ricadere nella vecchia politica (elezioni &co).
    Vi faccio un altro esempio carino: un mio giovane , come dire, “uno junior affidato a me” e’ ancora uno studente universitario (qui si lavora durante gli studi) e mi ha raccontato che nel suo studentato usano la propria email come ESSID della wifi, e che la cosa sta prendendo piede anche attorno al Bilk (che ospita la zona universitaria di Duesseldorf).
    Ora, che vantaggio ha usare la propria email come ESSID? Ha il vantaggio che i vicini sanno come contattarti. Cosi’ quando c’e’ un nuovo cubicolo nello studentato , i nuovi arrivati ci mettono un indirizzo email collettivo e i vicini di studentato li contattano su facebook, su twitter e quel che e’.
    Ho provato ad usare il mio indirizzo di email come ESSID anche io, e in citta’ effettivamente mi hanno scritto (ok, chiedendomi se ero io a far casino la notte, cosa che non era), qui ad Erkrath non ci sono molte wifi a tiro. Ma il punto e’ che essere Digital Native implica un modo di pensare diverso. Tutti siamo qui a pensare che la nostra ESSID non abbia valore sociale o non abbia funzione sociale, ma serva solo a collegare dispositivi, mentre qualcuno la usa per fare broadcast del proprio indirizzo email, e mi e’ capitato di beccare una pizzeria che aveva come ESSID “www.pizzeriataldeitali.de” . Non e’ geniale e non cambiera’ il mondo, ma e’ sintomo di un modo diverso di pensare i servizi digitali : “contattami”.
    Un informatico direbbe che “questi hanno portato il social network dal livello applicazione ai livelli 1,2,3” , un sociologo direbbe altro, ma il punto e’ che prima o poi tutti ragioneranno cosi’.
    Tutti ragioneranno nel modo nuovo. Ma nel fare questo, il vecchio diventera’ incomprensibile. In quel mondo, anche Grillo che dice “andiamo alle elezioni”, o “ci vediamo in Parlamento”, iniziera’ a dire cose come “andiamo al Gnabop”, o “ci vediamo  in zubonzatlak”.  Parole incomprensibili.
    Quando sentite dei ragazzini dire che “il parlamento e’ come un forum online dove i politici parlano, ma senza computer”, sapete bene che “parlamento” e’ una di quelle cose che vanno a morire.
    Tuttavia, non basta il voto di questi ragazzini per farcela, e sinche’ non basta ci vuole un archimandrita, un costruttore di ponti. Grillo in un certo senso lo sa , o perlomeno ne ha qualche percezione euristica, quando dice che “senza di lui ci sarebbe Alba Dorata(5)” sta dicendo proprio di essere un ponte, e che un ponte e’ sempre meglio di una guerra fredda.
    Questo e’ corretto, ma contiene le sue implicazioni, cioe’ ci dice che Grillo, essendo un ponte, sembrera’ in vantaggio ancora per anni, anche perche’ chi sta sulla sponda vecchia sembrera’ ancora piu’ in affanno e tendera’ a salire sul ponte stesso.
    Ma quando la vecchia sponda sara’ inutile, il movimento di  Grillo andra’ in pezzi alla stessa velocita’ con cui scompariranno del tutto i vecchi partiti: quando non c’e’ piu’ la vecchia sponda, non serve nemmeno piu’ il ponte.
    Quindi, tutti quelli che mi hanno scritto rimproverandomi perche’ avrei sdoganato un pericolosissimo dittatore - gente che poi apprezza Giorgio “PrimaveradiPraga” Napolitano  oppure vota Daniela “MissPredappio” Santanche’ -  sappia che non sto sdoganando proprio niente. 
    Dico semplicemente che il ponte e’ obsoleto almeno quanto la vecchia sponda, e che diventera’ inutile quanto la vecchia sponda sara’ inutile, e quindi non ha la durata per essere un dittatore.
    Il rischio di dittatura, semmai , ce l’avete quando andate a votare per gente che la dittatura la apprezza, la sostiene, la predica: quando avete in politica un magistrato che propone un potere di sequestro dei beni ILLIMITATO ed arbitrario per i magistrati, che poi il cittadino (ormai nullatenente e quindi impossibilitato a sostenere processi) dovrebbe contrastare per avere indietro i suoi beni - che, se era innocente, non dovevano neppure essergli tolti - venirmi a dire che temete per la democrazia nel caso vinca Grillo mi sembra davvero ridicolo.
    Perche’ il modo di pensare di Grillo dura da poco e durera’ poco, mentre il modo di pensare di Ingroia, che definirei “buroterronismo giudiziario” , e’ antico, diffuso, e molto piu’ pericoloso.
    Uriel
    (1) Le scrivevo offline e poi le postavo in un colpo secco, dieci secondi, dal lavoro. Come si faceva con Fidonet (chi se lo ricorda alzi una mano).
    (2) In Italia il fenomeno e’ meno visibile perche’ la connessione e’ meno disponibile. Iniziate a sentir segnalare una wifi libera in ogni posto ove andate a prendere un caffe’, e le cose cambiano.
    (3) Non sono un esperto, quindi per favore non fidatevi ciecamente. E’ un’ ipotesi.
    (4) Essendo un addetto ai lavori sono una specie di etologo. Sono costretto a sapere che diavolo faccia la gente con l’infrastruttura che tengo in piedi, implemento e disegno.
    (5) Chiamare un movimento politico come un genere di porno ha un significato tutto comico.

    (Fonte: keinpfusch.net)

  4. Produci consuma crepa. Dall’animal laborans alla sindrome da burnout.

    Mi è capitato fra le mani nel fine settimana un libro intervista a Serge Latouche, “Fine Corsa” in cui il filosofo/economista torna sui suoi cavalli di battaglia: bisogna decrescere, arginare il consumismo, valorizzare il concetto di abbondanza frugale, ridiscutere l’utilitarismo imperante.

    Fra le varie riflessioni condivisibili, una in particolare merita di essere citata: “Se un marziano venisse a vedere come stiamo sulla Terra, si strabilierebbe dell’idiozia con cui sono organizzati gli umani: a fronte di milioni e milioni di disoccupati, ci sono milioni di donne e uomini che lavorano come pazzi. Fino a quindici ore al giorno. Una stupidità totale. Si deve lavorare meno, per lavorare tutti. Oggi tra l’altro più si lavora meno si guadagna perché si è intrappolati in una concorrenza spietata. Lavorando meno si guadagnerebbe di più e si vivrebbe meglio”.

    Il lavoro negli ultimi tempi è diventato totalizzante, consuma gran parte delle nostre giornate e si infila nel tempo libero appena abbassiamo la guardia.

    Per dirla con i francesi la vita si è ridotta alla triade “métro-boulot-dodo”.

    Hannah Arendt aveva già parlato della recente trasformazione dell’uomo in “animal laborans” mentreCarmelo Bene invitava tutti a disoccuparsi perché “l’uomo non è nato per lavorare. Non è nato per essere occupato. È nato per niente. In balìa dell’esistenza senza scopo. Il lavoro è propinato per questo. Altrimenti tutti si ammazzerebbero”.

    Il dibattito è stato di recente arricchito da un filosofo coreano, Byung-Chul Ha il quale sostiene che non siamo tanto schiavi del lavoro, quanto dalla nostra continua ansia da performance.

    “La società del XXI secolo non è più la società disciplinare ma è una società della prestazione. Il soggetto di prestazione è libero dall’istanza esterna di dominio che lo costringerebbe a svolgere un lavoro o semplicemente lo sfrutterebbe. È lui il signore e sovrano di se stesso. Egli dunque non è sottomesso ad alcuno se non a se stesso. In ciò si distingue dal soggetto d’obbedienza. Il venir meno dell’istanza di dominio non conduce però alla libertà. Fa sì semmai che libertà e costrizione coincidano. Così il soggetto di prestazione si abbandona alla libertà costrittiva o alla libera costrizione volta a massimizzare la prestazione. L’eccesso di lavoro e di prestazione aumenta fino all’auto-sfruttamento” ( in “La società della stanchezza”, Nottetempo).

    Fare, performare, massimizzare, investire. Sono i “mantra” negativi degli ultimi anni che hanno perfino invaso la sfera dei sentimenti e rischiano di condurci alla depressione, al burnout.

    Forse è tempo di decelerare e invocare quello che Paul Lafargue, genero di Karl Marx, chiamava il diritto alla pigrizia.

    Bonjour Paresse.

    (Fonte: thepostinternazionale.it)

  5. ..un tempo ci saranno state decine di compagnie che fabbricavano fruste da calesse…



  6. “E se ci fosse una biblioteca con ogni libro? Non ogni libro in vendita, o ogni libro importante, neanche ogni libro in una certa lingua, ma semplicemente ogni libro; la base della cultura umana.
    Per primo, questa biblioteca deve essere su Internet.”



    Questo non è Borges. Non è la Biblioteca di Babele. Questo è quello che scriveva nel 2007 Aaron Swartz per presentare Open Library, il progetto a cui stava lavorando all’epoca: una biblioteca digitale ad accesso libero, gestita da una fondazione non-profit, che oggi conta su un catalogo di più di un milione di libri, classici e moderni, disponibili in download in vari formati digitali. “Open library è tua. Navigala, correggila, alimentala”, recita il sottotitolo del sito, una specie di Wikipedia per i libri. Aaron Swartz aveva 21 anni nel 2007. Ne aveva 26 quando, l’11 gennaio del 2013, si è suicidato. Da allora, da sabato, la notizia ha rimbalzato sui social network e sui giornali di tutto il mondo. Perché? Chi era Aaron Swartz, al di là delle facili etichette di “genio ribelle della Rete” che i media di massa nazionali gli hanno frettolosamente attaccato addosso, e perché è importante ricordarlo?

    Aaron Swartz, secondo le parole del suo mentore Lawrence Lessig – giurista di Harvard impegnato nella battaglia per una riforma del copyright nel nuovo ecosistema digitale - era un attivista per i diritti civili di Internet. Ma ancora non ci siamo. Non è questo dettaglio che ci permette di capire chi era Aaron Swartz e perché era così amato, discusso e ora rimpianto (la sua famiglia e i suoi amici hanno dato vita a unmemorial online per condividere il ricordo di Aaron e Wikipedia lo saluta come “uno splendido essere umano”). Attivista, militante, “genio”, sono tutte parole usate in questi giorni per descriverlo ma che non gli rendono giustizia. Il rumore della notizia della sua morte, la ricorrenza della parola “genio” nel ricordarlo, le manifestazioni d’affetto da tutto il mondo, sono in parte analoghe alla scomparsa di David Foster Wallace. Per entrambi si piange, anche con rabbia, il genio e lo spreco di un talento immenso, come se credessimo che quel talento apparteneva a tutti noi, non solo a loro, e non avevano il diritto di farci una cosa del genere, privarci del loro talento. Aaron Swartz non era uno scrittore fragile e famoso, non era ancora un’icona pop, ma tra il pubblico dei geek di tutto il mondo si era guadagnato il rispetto e l’affetto che normalmente si tributa a uno scrittore fragile e famoso. Cory Doctorow, scrittore di cyber sci-fi, blogger e coeditore del blog geek più famoso al mondo – Boing Boing – lo ricorda così: “Lo conobbi quando aveva 14 anni. Aveva già scritto le specifiche del RSS 1.0 (una stringa di codice, ora diffusissima, che permette alle persone di ricevere  notifiche automatiche di notizie online, ndr). Quando veniva a San Francisco ci prendevamo cura di lui, era solo un ragazzo. Fui io a presentarlo a Lessig. Divenne attivo nella squadra tecnica di Creative Commons e sempre più coinvolto nei temi di tecnologia e libertà di accesso. Sembrava sempre in cerca di un mentore, e nessuno di questi mentori sembrava riuscire a soddisfare gli altissimi standard da lui richiesti. Aaron ha ottenuto cose incredibili nella sua vita. Era un ragazzo mosso continuamente da nuove passioni, nuovi obiettivi.”

    Tutti concordano sulla genialità di Aaron Swartz. A 17 anni aveva iniziato i suoi contributi a Wikipedia. Lasua pagina conta più di 200 articoli (l’ultimo edit è di giovedì 10 gennaio). Uno di questi include “Who writes Wikipedia”, un articolo in cui si schierava per la conservazione di uno statuto il più aperto possibile per Wikipedia e che continua a generare dibattito. Ha partecipato alla fondazione della start up Reddit, un sito di social news in cui gli utenti possono postare link e discutere argomenti che fu poi acquistato nel 2006 da Wired/Condé Nast. Ha fatto ricerca presso la Edmond J. Safra Foundation Center for Ethics di Harvard diretto da Lawrence Lessig, partecipando all’architettura della licenza Creative Commons. Nel 2008 ha pubblicato il suo “Guerrilla Open Access Manifesto” chiedendo agli attivisti della Rete di “opporsi al sequestro e alla privatizzazione del sapere accademico e dell’informazione”. Nel 2010, con la sua iniziativa DemandProgress.org è stato uno dei nodi cruciali del movimento di protesta che negli Stati Uniti ha sconfitto il Congresso sull’inasprimento delle leggi del copyright in rete (SOPA – Stop Online Piray Act). C’è un bel video su YouTube in cui racconta “come fermammo la Sopa”: a me ha colpito il suo entusiasmo. Ha i capelli lunghi, la barba, gli occhiali spessi. Tutti abbiamo avuto un compagno di università giovane, brillante e utopista come lui, è per questo che ci sembra così familiare. Nel video sembra un rappresentante di Istituto dei tempi del liceo, ma senza la spocchia e la vuota retorica di allora.

    Lessig ricorda che: “con il suo lavoro per costruire una biblioteca aperta a tutti e dare forma a Creative Commons, con Demand Progress, con la liberazione on line di documenti pubblici, Aaron ha sempre lavorato per il (almeno per il suo concetto di) bene pubblico, l’interesse comune”.

    Aaron Swartz era un attivista e un talento informatico, un “genio”, se volete, ma non è questo che ci aiuta a capirlo. Anche il fondatore di Facebook è un genio dell’informatica, ma non è Aaron Swartz. Aaron Swartz era soprattutto un intellettuale della rete, uno che letteralmente “pensava” la rete, la più potente arma di comunicazione di massa contemporanea, e si chiedeva costantemente che forme dovesse avere per poter liberare al meglio il proprio potenziale democratico, in termini di libero accesso ai contenuti digitali. Tutto quello che ha fatto, lo ha fatto per questa causa: liberare i contenuti digitali presenti nella rete e renderli accessibili. Nel 2009 Swartz ha scaricato e rilasciato pubblicamente circa il 20% del database PACER della corte federale degli Stati Uniti, contenente i documenti giuridici (documenti pubblici) dei cittadini americani, i quali però dovevano pagare una tassa per accedervi online. Per tali azioni, Swartz è finito sotto inchiesta da parte della FBI. Il caso è stato chiuso due mesi dopo senza condanna.

    Nel 2011 Swartz fa la cosa per la quale ora tutti lo ricordano e che tutti usano come detonatore della sua scomparsa: scrive un programma che gli permette di scaricare attraverso la rete del MIT tutti i 4,8 milioni di documenti contenuti nell’archivio digitale JSTOR, una fondazione non profit che gestisce una delle più ricche biblioteche digitali del mondo, accessibile a pagamento (sottoscrivendo abbonamenti da migliaia di euro) da 7.000 istituzioni di 150 paesi del mondo. L’obiettivo, secondo le autorità americane che lo arrestano subito, è quello di pubblicarli on line e Swartz viene accusato di diverse frodi informatiche. JSTOR, dopo aver ottenuto da Swartz la restituzione dei documenti sottratti e la garanzia che non sarebbero stati pubblicati ritira la denuncia, ma il giudice americano Carmen Ortiz apre comunque una causa contro di lui, per violazione della proprietà e frodi fiscali. Lessig lo difende dicendo che “non è un crimine scaricare articoli da JSTOR. Molti di noi, da studenti e docenti lo hanno fatto. E non è un crimine nemmeno scaricarli tutti, a partire da una rete legalmente connessa a JSTOR come quella del MIT”. Però se quei documenti fossero andati online, anche JSTOR avrebbe subito un danno. Lessig afferma che la causa di Aaron è anche la sua causa, ma che in questo caso non ne condivide il metodo. Se, e solo se, le accuse del governo fossero giuste (sono  ancora da dimostrare le accuse di frodi informatiche mosse dal governo americano), si chiede Lessig, un certo grado di punizione sarebbe indubbiamente appropriato.

    Ma quale tipo di punizione? Non certo quella proposta dall’accusa: 50 anni di carcere e 4 milioni di dollari di multa. La sentenza definitiva si sarebbe dovuta avere tra tre mesi e molti scrivono che Aaron si sia tolto la vita perché spaventato dall’idea realistica di finire in carcere e sul lastrico. Lessig nel suo articolo in parte incolpa il governo americano della sua morte, dichiarando la pena estremamente ingiusta e vendicativa (colpirne uno per educarne cento). Il caso è tecnicamente complesso ma, a prescindere da come ognuno di noi lo possa valutare, non può non colpire l’asprezza di un procedimento legale in cui l’unica parte lesa, JSTOR, ha dichiarato di non voler proseguire la causa. A due giorni dalla sua scomparsa, senza nessuna prova, è molto affrettato dire che Aaron Swartz si è tolto la vita per via della condanna che lo attendeva. Quando qualcuno si suicida, senza nemmeno lasciare spiegazioni, come in questo caso, l’unica cosa onesta da dire è il silenzio. Certe azioni umane sono inspiegabili. Nessuno di noi è mai penetrabile fino in fondo. Nessuno sa davvero perché Aaron Swartz, 26 anni, genio ecc…, si sia tolto la vita. Nemmeno la sua famiglia ne parla. Però a noi resta il punto di domanda, non quello del perché sia morto ma quello del chi era Aaron Swartz? Perché è importante ricordarlo?

    Un programmatore americano, Gregory Maxwell, pochi giorni dopo la notizia dei download di JSTOR da parte di Swartz, pubblicò online 20.000 articoli accademici, affermando di averli ottenuti legalmente. Maxwell, ha motivato così la sua azione: “il sistema della pubblicazione del sapere accademico è un sistema che non funziona – gli autori non sono pagati per scrivere, né i revisori e in alcuni casi anche gli editor delle riviste. A volte gli autori devono addirittura pagare gli editori. E nonostante questo le pubblicazioni scientifiche rimangono tra i brani più costosi della letteratura. In passato gli alti costi di accesso supportavano la riproduzione meccanica di basse tirature di riviste specializzate, ma la distribuzione digitale ha reso questa funzione obsoleta. I soldi che oggi paghiamo per accedere al “sapere” servono soltanto a tenere in vita un modello economico morto. La spinta costante a pubblicare continuamente (pubblica o muori) toglie potere contrattuale ai ricercatori e azioni come questa mettono il dito nella piaga del sistema”. La privatizzazione dei contenuti in JSTOR è solo uno dei sintomi di una malattia cronica della tradizionale industria culturale: l’incapacità di studiare nuovi modelli economici adatti a nuovi ecosistemi tecnologici.

    Aaron va ricordato perché aveva individuato il tema centrale della società dell’informazione. Che si tratti di articoli accademici o di immagini fotografiche, di medicine o di mp3, di libri, dischi, dvd o BitTorrents, la questione dell’accesso ai contenuti culturali in un ecosistema digitale rimane ancora regolata da vecchi modelli di distribuzione.

    Possiamo essere o meno d’accordo con i metodi utilizzati da Aaron Swartz per liberare i contenuti digitali. Esistono molti modi di lavorare per questa causa, come ha sottolineato Lawrence Lessig. Ma aldilà delle etichette di “attivista”, “militante”, “genio”, “hacker”, “ladro” (è ciò per cui è stato perseguito), credo sia giusto ricordare Aaron Swartz come un giovane intellettuale che, anche sbagliando, ha contribuito con le sue parole e le sue azioni a una Rete migliore e ha aperto la strada alla discussione di una nuova costituzione dei diritti digitali.

    C’è un epilogo a questa storia. Non è nulla rispetto alla scomparsa di Aaron. Ma è un inizio: due mesi dopo la causa aperta contro Aaron, JSTOR annunciò la decisione di liberare nel pubblico dominio tutti gli articoli precedenti al 1923 in Usa e al 1870 negli altri paesi.

    Post Scriptum: Docenti e ricercatori di tutto il mondo stanno pubblicando liberamente on line i loro articoli sotto l’hashtag #pdftribute per ricordare la scomparsa di Aaron.



  7. Scritto da Uriel Fanelli

    Mi chiedono per quale ragione la terra del liberismo, gli USA, abbia un debito pubblico cosi’ grande, dal momento che lo stato e’ ridotto al minimo. L’unico modo per capirlo e’ capire in che modo gli USA siano diventati , nel corso della guerra fredda, simili all’ URSS, pur mantenendo una economia apparentemente di mercato e una apparente democrazia ed una apparente liberta’ di stampa. I primo punto da capire per arrivare alla conclusione e’ che lo stato , quando DETASSA, sta finanziando. Alcuni pensano che se io ti detasso quando assumi il personale io sto aiutando l’azienda, ma in realta’ quel che sto facendo e’ assumere io il dipendente per farlo lavorare da te. L’intervento statale in genere si considera tale solo quando lo stato sborsa soldi direttamente, mentre quando si danno esenzioni fiscali per un qualche motivo si pensa che non si stia facendo spesa pubblica. Ma quando una persona non paga le tasse, e usufruisce ancora di tribunali, polizia, scuole, strade, di fatto sta venendo finanziato dalle casse dello stato. Se chi viene esentato dalle tasse ha gli stessi servizi di chiunque altro, L’ ESENZIONE FISCALE E’ SPESA PUBBLICA A TUTTI GLI EFFETTI. Adesso andiamo ai tre settori della vita economica americana e vediamo chi gode di questa immensa spesa pubblica: l’apparato militare , l’apparato di propaganda (Hollywood) e l’apparato politico (due partiti, sempre quelli). Detta cosi’ ricorda qualcosa che abbiamo visto ad est, isn’t it? Partiamo dall’inizio: l’apparato militare. Se pensate di sapere quanto costi l’apparato militare USA, beh, non dovete fare altro che dirlo all’amministrazione americana, dal momento che essenzialmente nemmeno loro lo sanno. Forse vi daranno dei soldi per avergli fatto questo favore. L’amministrazione militate USA e’ divisa in Forze combattenti - pagate direttamente dallo stato. Civili ausiliari&logistica - pagati dagli enti militari , esenti da tasse, con licenza di subappalto. Ditte appaltatrici - pagate col budget degli enti militari, con detrazioni fiscali governative e locali dipendenti dal luogo, liberta’ di subappalto e compartecipazione di privati (spin off e progetti di difesa con brevetto). Il governo americano vi sapra’ dire quanto sborsa, ma non vi sa dire , MAI , che giro di affari graviti attorno alla restante parte. I civili e gli ausiliari godono di un regime fiscale facilitato sia per gli appalti che per le assunzioni, ed esentano da tasse praticamente ogni cosa acquistino “per i nostri ragazzi che rischiano la vita al fronte”. Le ditte appaltatrici sono un enigma avvolto nel mistero. Oltre al fatto che non e’ mai chiaro cosa di preciso vendano al governo e non e’ mai chiaro perche’ costi cosi’ tanto, esse hanno liberta’ di subappalto - entro i confini nazionali, ma aggirano spesso questo limite verso i paesi che gli usa considerano “alleati” , Turchia compresa - e specialmente hanno il “tocco magico” nel caso di Joint Venture dedicata alla R&D. Diciamo che si tratti di dare preservativi ai marines. Una ditta di preservativi decide che, dal momento che i marines hanno requisiti meccanici specifici, e’ il caso di fare R&D insieme ai militari. Non deve fare altro che iniziare una joint venture o una qualsiasi delle forme di associazione consentite per sviluppare esentasse un brevetto che, entro un numero di anni, sara’ interamente di proprieta’ dell’azienda stessa. L’appaltatore quindi prende la commessa per i preservativi dei marines, o per la confezione per il cibo tascabile, o per qualsiasi altra cosa. Decide che ha bisogno di una particolare stoffa/plastica/lega. Trova allora un partner di ricerca, o lo crea c reando un’azienda apposita che da quel momento ha lo status di militare. Da quel momento, l’azienda che hanno creato e’ esente da tasse. L’azienda di R&D casualmente produce 10 brevetti, di cui UNO e’ quel che serve ai soldati. Questo basta per dire “noi abbiamo cercato una nuova plastica per i preservativi, poi nel cammino ne abbiamo scoperte altre nove, che pero’ nonf acevano al caso nostro”. Ma la joint venture e’ esentasse al 100%, i nove brevetti possono essere VENDUTI ai … padroni della joint stessa , e il rimanente brevetto verra’ pagato nel prezzo del nuovo preservativo dei marines, che finanziera’ l’intera ricerca. Le gare di appalto nel mondo della difesa USA seguono una strana regola: TUTTI i partecipanti vincono. Diciamo che vogliate produrre un nuovo fucile di assalto. Allora ci sono due partecipanti, e producono diciamo due prototipi. I due prototipi verranno costruiti -a costo esorbitante perche’ sono prototipi - in quantita’ limitata, e dati a due reggimenti dell’esercito che iniziano a provarli in esercitazione. I costi ENORMI della ricerca, oltre ad essere subappaltati nel modo che ho scritto, vengono IMMEDIATAMENTE ammortizzati per intero in quanto il costo dei prototipi, che e’ proibitivo , viene immediatamente coperto dal costo della ricerca. Niente e’ troppo buono per i nostri ragazzi che muoiono al fronte. Quando alla fine uno dei due fucili e’ stato scelto, ovviamente il costo enorme dei prototipi si diluira’ nel tempo perche’ la fornitura chiedera’ decine di migliaia di pezzi, ma il perdente, ed e’ qui il trucco, si e’ gia’ fatto pagare il corso di R&D in fase di prototipazione, NON CI HA PAGATO TASSE, e come se non bastasse e’ libero di mettere il prodotto sul mercato. Partecipare ad una commessa in USA conviene SEMPRE, perche’ anche nel caso in cui si perda, e’ tutto R&D a spese del contribuente americano. A questo si assommano tutti i costi laterali. Facilities, costi di trasferta di civili, case acquistate con mutui agevolati per chi lavora nel business e deve vivere vicino ad una base, sanita’ a condizioni agevolate per le famiglie di militari e civili che sono nel business,formazione scolastica, e tutto quanto. Alcune di queste esenzioni sono erogate dal governo centrale, altre -come le esenzioni per le tasse locali- sono erogate dai singoli stati. E nessuno sa piu’ a quanto ammontino. Per contrastare il titanico apparato militare sovietico, gli americani hanno costruito un suo analogo, che anziche’ finanziarsi direttamente si sostiene a furia di esenzioni. Sino a quando era una piccola parte dell’economia, i militari si beccavano lo stato dell’arte dell’industria civile, finanziandolo ma solo nei suoi casi estremi. In seguito si e’ vista la crescente importanza per la logistica e le condizioni di vita dei soldati , per la loro assistenza medica e per la loro scolarizzazione, e il risultato e’ che l’apparato militare si e’ esteso cosi’ tanto che oggi e’ il mercato ad avere i prodotti dell’industria militare, praticamente in ogni settore. Voi direte: come? In ogni settore?Aha . Pensate ai simulatori di volo. Pensate davvero che siano nati per farvi divertire? Il primo catastrofico buco nero nel bilancio USA e’ un apparato militare costruito in maniera incontrollabile, allo scopo preciso di competere in dimensione con quello URSS, e pertanto finanziato nella stessa misura, e specialmente, con esigenze di spesa SEMPRE crescenti nel tempo. Come accadeva al tempo dell’ URSS, non e’ pensabile tagliare il budget a questo moloch. Appena si va alle camere e si dice “tagli alle forze armate” , i senatori insorgono accusando il proponente di voler “tagliare i viveri ai nostri ragazzi che muoiono per la nazione”. E muore li’. Al contrario, qualsiasi proposta di aumento di budget non fa altro che trovare applausi. Il moloch militare, del resto, mediante il meccanismo delle esenzioni fiscali, permea quasi tutte le aziende private di una certa dimensione. Non c’e’ modo di sfuggirvi. L’americano si lava i denti con dentifrici studiati per i soldati, si veste con stoffe studiate per i soldati, usa elettronica, giochi, materiali concepiti , se non per i soldati, NEL CORSO di ricerche per forniture militari. Il tostapane americano NON e’ stato costruito per una commessa militare, ma potete giocarvi quel che volete che almeno uno o due dei materiali usati, diciamo una plastica, e’ uscita da un brevetto di “plastica resistente al calore”, plastica magari mai venduta ai militari, ma finanziata di fatto dai militari. O pensate davvero che i vetri davvero robusti dei nuovi cellulari siano nati per qualcosa di diverso da ricerca militare? Hanno concepito dieci tipi di vetro, di cui uno e’ finito nella carlinga di un jet, e gli altri nove -comunque finanziati dal contribuente- vengono poi venduti. Questo e’ il primo punto di analogia tra USA e la vecchia URSS: l’apparato industriale-militare ha fagocitato l’economia reale, non per mezzo di investimenti diretti come in URSS -che pure ci sono in USA- ma per mezzo di esenzioni fiscali. Il piu’ grande incubatore di spin-off e di startup USA non e’ il sistema finanziario o il sistema bancario: e’ l’apparato militare. E’ bene far presente, pero’, che la quantita’ di finanziamenti ai militari USA e’ raddoppiata dalla fine dell’ URSS in poi, e oggi gli usa hanno aperti due conflitti regionali. Quando si chiede loro di giustificarsi parlano di una lotta al terrorismo(1) Andiamo al secondo punto: propaganda. Hollywood e’ una macchina da propaganda. Sostanzialmente esente da tasse, ha iniziato a fornire supporto ideologico al governo americano nel propagandare il seguente messaggo: La ragione per cui era importante questa propaganda e’ semplice: il comunismo sosteneva di aver creato la societa’ perfetta, economicamente e per la felicita’ dell’individuo. Il nazismo prometteva un’utopia di ordine e felicita’ ove le razze degne avrebbero vissuto in una specie di paradiso di perfezione. E’ assolutamente chiaro che gli USA avevano bisogno di una propaganda che proponesse il LORO stile di vita come il migliore possibile. Per questa ragione, Hollywood fu finanziata -o meglio detassata - al preciso scopo di dire le seguenti cose: Se URSS e Terzo Reich vantavano un tasso di criminalita’ bassissimo (2), gli USA misero in piazza una cinematografia nella quale la polizia, alla fine, vinceva sempre. Se URSS e Terzo Reich vantavano i loro risultati economici, gli USA misero in piazza una cinematografia che nascondeva i poveri ed esaltava chi si era arricchito lavorando. Se URSS e terzo reich vantavano le proprie conquiste tecnologiche, gli usa misero in campo un filone fantascintifico di tutto rispetto, al mero scopo di rimarcare una superiorita’ tecnologica che -prima dello sbarco sulla luna- non esisteva. Perche’ la chiamo propaganda? La chiamo propaganda perche’ essenzialmente diceva il falso. Il russi inviarono nello spazio il primo satellite, il primo essere vivente e il primo uomo, e mandarono il primo oggetto sulla luna. La fantascienza si sforzava di mettere gli americani ai primi posti, ma onestamente la fortuna del programma spaziale americano si chiamava Von Braun, ed era stato cresciuto a pane e nazismo. La chiamo propaganda perche’ gli USA avevano ed hanno un tasso di criminalita’ medio piu’ alto di quello europeo e anche di quello russo, per cui la polizia non funziona bene come dicono. La chiamo propaganda perche’ gli USA hanno vastissime zone di poverta’, hanno dati sull’abbandono scolastico allarmanti, e specialmente un tasso di mobilita’ sociale e’ che alto sono in due-tre zone del paese, mentre il resto del paese termina l sua esistenza nella stessa classe sociale in cui e’ nato, e il reddito procapite medio e’ tenuto alto dalle enormi fortune di pochi ricchi, e non dalla buona ripartizione delle risorse. Dunque, il punto e’ che per anni Hollywood e’ servito a scacciare le illusioni del nazismo e del comunismo. Essi avanzavano parlando di ideali, di un mondo migliore, di un ordine, di una giustizia sociale, di una tutela della persona. E poiche’ essi avanzavano anche in occidente, era chiaro che a queste suggestioni bisognasse contrapporre qualcosa. Il problema e’ che anche questo meccanismo di propaganda e’ uscito di controllo. Ormai praticamente ogni cosa si giri di fronte ad una telecamera gode degli sgravi fiscali del caso, e l’industria del porno gode degli stessi sgravi fiscali di ogni altra parte di hollywood.(3) Il risultato catastrofico e’ che oggi quell’industria e’ fuori controllo. Qualsiasi forma di arte liberale che si indirizzi allo spettacolo e’ esentasse, e dopo lo strip-tease sta per arrivare con un bel ricorso alla corte suprema anche la pole dance. Questa gigantesca massa di esenzioni fiscali, cioe’ di finanziamenti pubblici al settore ha costi incalcolabili. NEssuno negli USA ha idea di quanti siano i beneficiari delle esenzioni che riguardano la produzione di contenuti artistici, che ormai sta coprendo di tutto e di piu’. Il peso politico di questa propaganda e’ tale che si e’ creato un circuito tra washington e hollywood. Sebbene con Internet i costi di diffusione e distribuzione dei contenuti sia crollato, sebbene con il computer i costi per la produzione di un filmato siano crollati, le major dell’intrattenimento sono sempre piu’ in crisi e sempre piu’ indebitate: come tutti i settori pesantemente finanziati dallo stato, gli stipendi ed i costi sono levitati in maniera incontrollabile, e Washington reagisce assecondando la sua macchina di propaganda in tutto. Perquisizioni illegali (vedi il caso di Kim Dot Come) senza una prova (questo costera’ quasi un miliardo di dollari al governo USA, btw, se non presenta le prove -e non ne ha- contro Kim Dot Com) , persecuzioni come quella contro Aaron Schwartz (4) , che si e’ suicidato, e molte altre operazioni di repressione contro la “pirateria”, operazioni che non fermano la crisi di un settore ove gli attori sono troppo pagati , i registi sono troppo pagati, e il misero rendering di effetti speciali costa ad Hollywood circa 800 volte quello che costerebbe a chiunque altro nel mondo del cloud. Gli USA dovevano in qualche modo costruire un apparato propagandistico analogo e contrario per bilanciare il poderoso assetto dei partiti comunisti e le nuove tecniche di controllo di massa introdotte da Goebbels. Lo fecero creando, a furia di esenzioni fiscali, un apparato che finanziasse, mediante esenzione fiscale, chiunque dipingesse gli USA come il migliore dei mondi possibili. Il risultato e’ che oggi il mondo crede che il CSI si occupi di crimini comuni quando si occupa solo di quelli di cittadini benestanti e in zone urbane, che la polizia americana sia tra le migliori quando i risultati sono penosi e il tasso di criminalita’ e’ ancora doppio di quello medio europeo, che gli usa siano la terra delle opportunita’ quando hanno una immensa popolazione di poveri senza speranza di miglioramenti. La propaganda ha funzionato, ma la macchina e’ sfuggita al controllo, e oggi non e’ possibile ridimensionarla perche’ ci sono elezioni ogni due anni, e nessun senatore vuole rischiare mettendosi contro i mess media, di qualsiasi tipo siano. Nonostante esenzioni fiscali a iosa, uno strumento di distribuzione eccezionale come Internet e una incredibile proliferazione di contenuti, giornali, TV e cinema in USA sono nel mezzo di una crisi epocale. Esattamente come ogni settore finanziato dallo stato senza misura dei risultati, ed i problemi sono quelli di sempre: stipendi troppo alti, figure inamovibili ed onnipresenti, oligopolio, incompetenza, scarsita’ di idee. L’ultimo catastrofico buco nero che succhia soldi al contribuente americano e’ la politica. In URSS c’era un solo partito, negli USA ce ne sono due. In entrambi i casi, proporre altri partiti e’ perfettamente inutile: in URSS perche’ e’ vietato, in USA e’ successo solo una volta. La nomenklatura in URSS e’ rimasta quella per tutta la durata dell’impero sovietico, ma negli ultimi 75 anni neanche negli USA e’ cambiato un granche’, dal momento che la famiglia Kennedy fa il bello ed il cattivo tempo a sinistra ormai dagli anni ‘60, cioe’ da 50 anni, e a destra ci sono stati 22 anni di clan Bush. In entrambi i casi, si tratta di apparati capillari e mantenuti dallo stato. Nel caso dell’ URSS i partiti erano parte dello stato, nel caso USA la situazione e’ fuori controllo. Prendiamo la cittadina di Shittown, e diciamo che Jeff, il nostro ristoratore locale dia , per le elezioni di un sindaco, 1000 dollari al comitato. Il comitato non fara’ altro che organizzare una cena di festeggiamento da Jeff, pagata dalle casse del comitato, e i 1000 dollari gli tornano. Jeff sembra tornato a zero, ma dimentichiamo che in questo modo quei 1000 dollari sono semplicemente stati stornati dall’imponibile - come qualsiasi donazione per la politica, e’ esentasse e detraibile - e quindi il nostro Jeff ci ha guadagnato il 31% di tasse in meno, per un totale di 310 dollari. Quali cifre puo’ detrarre Jeff dal fisco? Qualsiasi. I candidati e i loro strategisti hanno trovato come aggirare il limite legale, aggiornato al gennaio 2007, di $2.300 che ogni americano può donare a un singolo candidato per campagna elettorale, $28.500 annuali al partito nazionale, $10.000 annuali al partito locale, e $5.000 annuali che può donare ad ogni PAC, attraverso il sistema chiamato “bundling” (impacchettare), dove lo scopo di chi raccoglie fondi è di raggruppare tanti diversi contributi individuali, tentando di rimanere nei limiti posti dalla legge per alcune voci (contributo al candidato, contribtuto al partito, contributo al PAC). Solo la campagna elettorale presidenziale costa in finanziamenti privati 6 miliardi di dollari, cui vanno ad unirsi i finanziamenti ai comitati locali, alle elezioni locali , ai comitati politici per cause locali come i referendum. Tutte queste cifre diventano improvvisamente esentasse, e ancora non stiamo calcolando l’attivita’ delle lobbies. Cosi’, l’azienda che gestisce lo stadio ove avviene la convention dona soldi al partito, che poi gli restituisce il favore affittando lo stadio, e magicamente quei soldi diventano esenti da tasse: non e’ un caso se durante ogni campagna presidenziale il numero di disoccupati in USA scenda di un numero di unita’ a cinue cifre. Anche questa crescita e’ stata fatta per combattere la centralita’ della politica tipica delle dittature. Se i comunisti credevano nel comunismo e i nazisti nel nazionalsocialismo, l’americano iniziava a chiedersi in che diavolo credesse lui. Se nell’america che precedette la seconda guerra mondiale la politica era per pochi e la legge sul finanziamento ai partiti era molto diversa, ad un certo punto arrivano dei partiti che iniziano a fare propaganda tra le persone che normalmente NON partecipano alla politica, ovvero le classi basse. Preoccupati della nascita di un partito comunista o di un partito nazista in USA, ovvero della possibilita’ che i propagandisti di professione venuti dall’europa possano creare delle GRANDI formazioni in grado di determinare il presidente USA, la politica americana ha dovuto espandersi in modo che i due partiti americani abbiano, nella vita degli americani, lo stesso peso che ha il partito e il peso che hanno le relative idee nella vita del comunista o del nazista. Ma oggi l’ URSS e’ crollata. Con il solo problema che adesso tutte e tre le macchine stanno girando a vuoto negli USA, e mangiano sempre piu’ soldi. Non e’ possibile prevedere se la tendenza si invertira’ o se gli USA sono destinati ad essere divorati dagli stessi tre mostri che divorarono l’ URSS, ovvero la spesa militare, la spesa propagandistica e la spesa politica, ma il problema e’ che di sicuro riescono a prendere una nazione che ha un BASSO welfare e darle i debiti che sono tipici di nazioni che hanno dei welfare molto forti. Non so quindi se gli USA crolleranno, di solito le cose cambiano per gradi, ma di certo il debito pubblico americano NON decrescera’ sino a quando non sentirete dire che qualcuno ha messo mano in una di queste tre cose: Spesa militare ed esenzioni fiscali. Esenzioni fiscali a massmedia, giornali e Hollywood. Esenzioni fiscali alla raccolta di fondi per la politica elettorale. non so se consiglierei di comprare titolo di stato americani, ma posso dire con una relativa certezza che il debito USA aumentera’ e aumentera’ ancora, sfondando qualsiasi tett

    (1) Faccio presente che la media dei paesi europei ha affrontato il terrorismo finanziato da Mosca negli anni 70-80, con un dispendio di mezzi di gran lunga inferiore e risultati di gran lunga superiori. Gli usa hanno scatenato un warfare mondiale quando bastava loro creare il loro equivalente della Digos.

    (2) Vero per l’ URSS, falso per il terzo reich. Soltanto in una campagna di arruolamento forzato di corpi di disciplina furono arruolati 20.000 carcerati , colpevoli di stupro. L’anno dopo, fu la volta di…. altri 20.000. A ventimila stupri l’anno, una nazione di 40 milioni di abitanti, aveva un SERIO problema di ordine pubblico. E non parliamo di altri reati violenti come rapine e pestaggi. La violenza in famiglia era legale, btw.

    (3) La legge che obbliga gli attori di film porno a mettere il preservativo di fatto toglie tali sgravi. In effetti nessuna legge americana puo’ vietare a degli adulti di scopare senza preservativo di fronte ad una telecamera: quello che fanno e’ semplicemente togliere gli sgravi fiscali.

    (4) La storia e’ incredibile. Schwartz aveva il diritto di leggere i libri del MIT. Solo che la rete applicava un limite al download , applicato per IP e Mac address. Schwartz aveva creato uno script che cambiava di continuo IP e MAC address, e si e’ scaricato un intero settore della biblioteca. Che aveva il diritto di leggere, solo non a quel ritmo. Per questo rischiava 14 anni di carcere.

    (Fonte: keinpfusch.net)

  8. di Anna Momigliano

    In un episodio di South Park, Cartman è umiliato da un bulletto adolescente che gli vende i suoi peli pubici per dieci dollari. In un primo momento pensa di avere fatto un affare, convinto com’è che il solo fatto di “avere” dei peli faccia di lui un uomo (nessuno gli aveva spiegato che, per contare, la peluria doveva essere attaccata al suo corpo). Quando capisce di essere stato preso per i fondelli, però, decide di vendicarsi: ammazza i genitori del bulletto, li trita, e li serve sotto forma di hamburger all’ignaro adolescente. Che, quando si rende conto di avere fatto merenda con la carne dei suoi, scoppia in lacrime: Cartman ha avuto sua vendetta.

    Nella puntata successiva tutto è tornato come prima. Cartman è il chiattone bastardo di sempre, che fa la vita di sempre, e lo stesso vale per tutti gli altri personaggi. Non è successo nulla.

    Alla fine della prima serie di Mad Men, Peggy Olsen partorisce un bambino di cui fino a un momento prima ignorava (voleva ignorare) la presenza nel suo stesso ventre. Onde salvaguardare reputazione e carriera, lo abbandona. A un certo punto Don Draper va a trovarla in ospedale: “Tutto questo non è mai accaduto,” le dice. “Ti stupirà quanto non sia mai accaduto.”

    Cartman e Don Draper hanno due cose in comune (oltre, s’intende, all’essere personaggi immaginari): sono entrambi sociopatici e, il più delle volte, il loro comportamento sociopatico non risulta in conseguenze dirette da pagare. Sono due stronzi e la fanno quasi sempre franca, e di conseguenza si inseriscono in una interminabile sequela di “sociopatici di fantasia” (il termine sociopatico qui non ha valenza clinica) che costituiscono l’ossatura stessa delle serie televisive contemporanee. Questa, almeno, è l’opinione di Adam Kotsko, professione: teologo. Che nel suo ultimo saggio Why We Love Sociopaths: A Guide to Late Capitalist Television (Zero Books, 2012) scandaglia una assai variegata gamma di serie TV, per giungere a una conclusione: tutti i personaggi più amati sono dei sociopatici perché, nel profondo, tutti vorremmo essere dei sociopatici.

    Si va dai Simpsons ai Soprano, da Dexter a The Wire, da Seinfeld a Dr House. Dentro c’è TV fatta bene e TV dozzinale, insomma, e poco importa, perché a Kotsko non interessa fare l’elogio della serie televisiva come ultima frontiera della narrazione, quanto analizzare l’elemento comune che rende i protagonisti amabili agli occhi del pubblico: la mancanza quasi assoluta di empatia, un basso coefficiente di scrupoli e, non ultimo, la capacità di farla franca. Kotsko – che confessa di avere cominciato a scrivere di televisione per motivi banali: “mentre studiavo per il dottorato guardavo un sacco di TV, poi per una volta volevo occuparmi di qualcosa di diverso dalla teologia, un argomento più pop” – classifica i personaggi in tre categorie: gli “artefici di complotti” improbabili, che non soffrono conseguenze ma neppure traggono vantaggio del loro egotismo solipsistico, in quanto sprovvisti della capacità di farsi strada nel mondo adulto (Homer Simpson, Jerry Seinfeld e il sopracitato Cartman); gli “arrampicatori” che fanno della loro mancanza di rispetto per le regole del sistema lo strumento privilegiato per salire al vertice di quello stesso sistema (Don Draper, Tony Soprano); e infine i giustizieri che infrangono le leggi del sistema con l’intento dichiarato di proteggerlo (Dexter, ovvero il serial killer che squarta i serial killer, McNulty di The Wire)

    Tu scrivi che non ci limitiamo ad amare i sociopatici, bensì li invidiamo profondamente: “Se solo potessi essere così spietato come Don Draper, potrei farmi strada in questo mondo…” Che origini ha questa illusione?

    In definitiva, si tratta dai nostri sentimenti di impotenza e il nostro senso che il sistema funziona solo per quelli che sono disposti a barare. La vecchia promessa che se si lavora sodo, si può godere di una comoda vita borghese non sembra tenere. Le serie TV di cui scrivo permettono alle persone frustrate una sorta di valvola di sfogo. Possono immaginare che avrebbero potuto andare avanti se solo avessero messo da parte la morale, si possono identificare con un personaggio di successo e carismatico, ma poi anche pensare a se stessi come moralmente superiori colui che ammirano.
    La fantasia è questa: “Potrei essere uno di quegli stronzi di successo, ma sto scegliendo liberamente di non esserlo perché ho una coscienza.”

    Se ho ben capito, secondo te quello che rende popolari i protagonisti sociopatici è non tanto la loro mancanza di scrupoli, quanto il fatto che riescano a non pagarne le conseguenze. Un po’ come in una inversione della vecchia formula del romanzo ottocentesco per cui un dato personaggio veniva inevitabilmente punito dal destino…

    In parte quello che piace di questi show è sicuramente la soddisfazione che deriva dall’osservare i personaggi farla franca con i loro crimini. Credo che questo sia dia piacere alla maggior parte delle persone, semplicemente perché la maggior parte di noi si sente così impotente nella vita quotidiana, pochi di noi hanno una sicurezza nel lavoro, siamo sempre più appesantiti dal debito, e la politica e l’economia funzionano nella totale indifferenza ai bisogni e ai desideri umani.
    In questo contesto, guardare qualcuno ottenere qualsiasi cosa, anche se si tratta di qualcosa di malvagio, funge da compensazione. (Naturalmente, se questi personaggi facessero qualcosa di buono, la trama non sarebbe più credibile)
    Allo stesso tempo, credo che questi show vogliano in qualche modo “punire” i loro eroi. Per esempio, la freddezza emotiva di Don Draper lo aiuta a realizzare il suo incredibile ascesa, da figlio di una povera prostituta a potente dirigente di un’agenzia pubblicitaria, ma significa anche che egli trova incredibilmente difficile formare autentici legami affettivi con gli altri. In un certo senso, essere un sociopatico è presentata come una sorta di punizione in sé.

    Veramente io pensavo che il “bello” di essere un sociopatico stesse proprio nell’immunità dai sensi di colpa e dunque da una buona dose di sofferenza…
    La colpa non è l’unico modo per soffrire. Sia Dexter e Don Draper soffrono a causa della loro incapacità di formare legami umani, in questo senso, la loro forza più grande risulta essere anche la loro più grande debolezza. Questa “contraddizione” permette allo spettatore di avere una doppia soddisfazione: da un lato identificarsi con il loro successo, e al tempo stesso sentirsi moralmente superiore ai personaggi.

    A un certo punto scrivi anche che alcune serie TV smaschererebbero “il pericolo della meritocrazia.” Eppure il tratto distintivo di un sociopatico sta proprio nel vincere ignorando le regole, non per soli meriti. Non ti pare una contraddizione?

    Il pericolo specifico della meritocrazia cui mi riferisco è che le persone che stanno risalendo la scala sociale non hanno intenzione di mettere in discussione i valori impliciti in quella scala. Anche se i personaggi stanno andando contro le regole ufficiali, al fine di raggiungere il successo, fondamentalmente accettano gli standard di successo da parte della società
    In un certo senso, però, credo che questi personaggi ci mostrino la vera faccia della meritocrazia, le persone che hanno avuto successo in un sistema meritocratico non sono quelli con “oggettivamente” la più grande capacità o la maggiore più dedizione, bensì quelli che sono riusciti di ingannare il sistema con successo. Anche se c’è una norma apparentemente oggettiva come un esame, ad esempio, le persone che hanno un risultato migliore sono quelle che si sono pagate un corso intensivo per prepararsi…

    Alla fine del libro scrivi che Gesù, Socrate e Buddha sono i “sociopatici definitivi” (e “sarebbero un ottimo materiale per una serie TV”). Vuoi spiegare in che modo?

    Tutti e tre sembravano essere sinceramente indifferenti alle norme dell’ordine sociale, e tutti e tre stavano lavorando per fondare un nuovo tipo di ordine sociale (se si pensa ad esso come religione o comunità filosofica). Tutti e tre erano chiaramente molto seducenti e carismatici, e sicuramente avrebbero fatto bella figura in TV. Anzi, Socrate dice anche che i giovani di Atene vedevano i suoi dialoghi come intrattenimento.
    Eppure, fanno un passo oltre i sociopatici della TV, che permettono allo spettatore di identificarsi con loro, ma allo stesso tempo lasciare spazio per sentirsi moralmente superiore – quindi di rimanere soddisfatto della propria vita. Identificarsi con un personaggio come Gesù, Socrate, o Buddha al contrario significa che dobbiamo cambiare la nostra vita. In un certo senso, questo è il punto del mio libro; la gente vede questi personaggi televisivi come un qualche modo sovversivi, ribelli o trasgressivi, mentre il realtà sono i più grandi conformisti.

  9. di  MASSIMILIANO PANARARI 

    La tecnica rende sempre più labili i confini tra uomo e macchina L’etnologo Marazzi propone un’antropologia delle creature artificiali FANTASIE SFRENATE Da Frankenstein a Metropolis di Lang, ai malinconici androidi postmoderni di Blade Runner 

    Si può fare un’antropologia degli uomini artificiali, i cyborg e i robot? Ci prova - con risultati interessanti - un recentissimo libro dell’etnologo Antonio Marazzi dedicato a Uomini, cyborg e robot umanoidi (ed. Carocci, pp. 151, € 12), occupandosi da un’angolazione visuale speciale di un tema che da tempo circola all’interno della riflessione sul cosiddetto «postumano»; ovvero lo sgretolamento dei confini tra uomo e macchina, organismo vivente ed «entità» cibernetica, che gli sviluppi della scienza e la sempre maggiore capacità di intervento della tecnica sul corpo umano rendono sempre più marcato. Stiamo parlando di una questione che si sta delineando anche in termini morali (la roboetica) e giuridici (il diritto robotico) - discipline nelle quali eccelle, a livello internazionale, l’italiana Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa - ma che, soprattutto, investe la dimensione, assai complessa, della nostra natura di esseri umani. Giustappunto un affaire rilevante per l’antropologia che, in questo caso, si trova a fare i conti con la contemporaneità e con una delle novità più epocali (e più «sfidanti», dal suo punto di vista): la globalizzazione che tutto collega e, promuovendo le tecnologie della rete, ha permesso quell’abbassamento dei costi dell’energia di cui ha beneficiato la circolazione dei robot. Di sicuro una bella differenza rispetto all’etnologo intento a studiare tradizioni isolate e a farne risaltare le peculiarità e specificità rispetto alle altre culture. Se l’emergenza della «questione robotica» e il conf i g u r a r s i d i un’esigenza di antropologia dell’artificiale è quindi tipica di questi nostri decenni, si rivela invece già piuttosto lunga la storia degli umanoidi meccanizzati, che nacquero qualche secolo or sono come trastulli di regnanti e cortigiani. Dell’automa il primo «fin è la meraviglia»: e mentre quell’intelletto superiore (e non artificiale) di Leonardo da Vinci si applicava indefessamente alla progettazione di cavalli meccanici e altre macchine avveniristiche con finalità spesso belliche, cominciavano a vedersi gli automi ludici, come l’anatra capace di nutrirsi ed evacuare creata da Vaucusson, e le varie danzatrici arabe e bambole animate giapponesi e cinesi. Il contraltare agli Stati Uniti nel campo della robotica, non a caso, è proprio l’Oriente tecnologicamente avanzato di Giappone e Corea del Sud, in possesso di un patrimonio di conoscenze sugli automi che viene da lontano. E li dota, per così dire, di un’anima shintoista: sulla scorta di una cultura che, a differenza del cartesianesimo e del meccanicismo, non separa rigidamente, ma fonde dinamicamente uomo e natura, la robotica giapponese si inserisce in maniera armonica all’interno di una tradizione antica. Senza indulgere nell’eccesso di romanticismo di una visione per la quale gli automi potrebbero ospitare gli spiriti degli antenati - rispetto a cui Marazzi richiama il lettore all’ordine - resta il dato culturale di una robotica orientale che aggiorna i tratti dello shintoismo e li modernizza, indirizzandosi verso la costruzione di badanti per anziani, colleghi di lavoro destinati ad attività rischiose e devote assistenti personali. Mentre gli automi veri o presunti (la falsificazione era all’ordine del giorno in materia) muovevano così i loro primi faticosi passi, l’Occidente sperimentava le proprie più sfrenate fantasie intorno ai robot mediante la formula narrativa e cinematografica della letteratura gotica e della fantascienza, da Frankenstein agli «uomini-macchina» della Metropolis di Fritz Lang, sino ai malinconici androidi postmoderni di Blade Runner e agli individui soggetti a ogni innesto e protesi artificiale del cyberpunk. La science fiction va accuratamente distinta dalla scienza, ci ricorda l’autore (giustamente severo e rigoroso), anche se le sue intuizioni anticipatrici vanno senz’altro riconosciute. E allora si evitino contaminazioni indebite e gli studiosi di robotica non prestino alcun credito alle famose tre leggi di Isaac Asimov, ma neppure sopravvalutino il test elaborato da Alan Turing (raccontato da Tuono Pettinato e Francesca Riccioni nella graphic novel Enigma , Rizzoli) che dovrebbe rispondere al quesito se le macchine risultino capaci di pensare (cosa di cui il tormentatissimo e geniale matematico britannico era convinto). Mentre, alla fin fine, si devono fare i conti con il crescere della diffusione di un sentimento emotivo avvertito da utenti e proprietari nei confronti dei robot (con tanto di studi effettuati da psicologi del Far East che tendono a confermare come si riveli assai più facile nutrire affetto per un androide piuttosto che per un oggetto). E, soprattutto, ci si deve confrontare con i cosiddetti «transumanisti», che vaticinano la conversione de facto degli esseri umani in cyborg, in grado di vivere molto più a lungo in virtù degli interventi dell’ingegneria genetica e della scienza degli organi artificiali. Dietro c’è il desiderio di un’evoluzione non più naturale, ma partecipata e orientata, ovvero una riproposizione riveduta e corretta di un mito antico, quello dell’uomo demiurgo, che torna a bussare alla porta assumendo le sembianze dell’androide e servendosi della metafora del robot umanoide. Ma è giusto o è sbagliato? Si tratta di utopia, oppure di distopia? E così irrompono quelle domande etiche e di senso che l’antropologia finisce, necessariamente, per sollevare, tanto più quando, come in questo caso, la riflessione sull’artificialità equivale al passaggio da una visione passiva a una attiva nella concezione del nostro corpo. E, dunque, anche in quella della nostra, inaggirabile, condizione umana.

    (Fonte: swas.polito.it)

  10. Per anni ci sono tornato solo d’estate. Prima di arrivare al mare, venti chilometri a sud della città, Taranto si annunciava con i chilometri di odore acre dell’Ilva e con gli sbuffi di fumi di diversi colori che emanavano dalle ciminiere non del tutto occultate dagli alberi che cercano, pateticamente, di non far percepire il più grande stabilimento siderurgico d’Europa.

    Da adolescente, quando studiavo in un liceo della città, ci portarono a visitare l’altoforno e i laminatoi (allora la fabbrica si chiamava ancora Italsider e era un’industria di stato). Mi sembrò di precipitare nell’Inferno di Dante, con la lava incandescente delle colate, le scintille, il caldo, il frastuono. L’unico pensiero che ricordo: come si può sopravvivere tutti i giorni, per anni, a fare un lavoro del genere?

    L’anno scorso una delle delizie dell’estate tarantina ci fu negata. Le cozze, quelle prodotte nel primo seno di quel mare interno salmastro che si chiama Mar Piccolo, furono dichiarate contaminate da diossina e ne fu vietata la vendita. Già, ma chi si azzardava a comprare quelle commercializzate come “made in San Vito”, una località distante solo pochi chilometri dal luogo incriminato, come se quelle denominazioni d’origine controllata potessero avere una qualche attendibilità?

    Anche per famiglie come la mia che non abitano ai Tamburi, nel rione cioè che sorge a poche decine di metri dalla fabbrica, dove le strade sembrano svettare verso il cielo con le ciminiere, l’Ilva è ben presente con la sua polvere di ferro, insinuante, insidiosa, velenosa. Il cimitero sta lì, come i Tamburi, separato da una ridicola “collinetta ecologica” che dovrebbe mitigare le emissioni di polveri minerali e di altri veleni: le sue stradine sono di color asfalto-ferro; il marmo delle cappelle sembra arrugginito, marciapiedi e angoli delle costruzioni funerarie sono piene di accumuli di polvere nera luccicante. Nelle case dei Tamburi quelle stesse polveri, dalle ciminiere e dagli immensi depositi di minerali a cielo aperto, entrano nelle gole e nei polmoni degli abitanti, si stendono su mobili e cose, sui balconi, sulla terra. Un’ordinanza del sindaco di questo luglio vieta ai bambini di giocare negli stenti giardinetti pubblici. La terra è contaminata da berillio e altre deiezioni della fabbrica: per risanarli bisogna scavare e asportare perlomeno trenta centimetri di suolo. Su alcuni palazzi dei rione ci sono targhe per ricordare i morti per cancro.

    Cittadini e lavoratori liberi e pensanti

    Quest’estate sono tornato, come sempre, per qualche giorno di ferie a Taranto, e mi sono ritrovato in una città diversa. Era impossibile starsene nell’arcadia felice (per quanto affollata, convulsa) del mare, a sud verso il Salento della pizzica e della movida nature. Il centro di gravità sono diventati la fabbrica e gli scontri che ha generato, dopo l’ordinanza del giudice Patrizia Todisco che metteva agli arresti la dirigenza dell’Ilva dei Riva e sequestrava gli impianti rivelando anni di attentati alla salute pubblica e di dati sull’inquinamento alterati. L’accusa era di disastro ambientale. Le polemiche che sono seguite sono a tutti note. Durante la manifestazione sindacale che reclamava la difesa dei posti di lavoro ha fatto irruzione in piazza (altro luogo diventato centrale nell’estate) un trabiccolo, un Apecar, seguito da una folla composita che chiedeva di poter parlare per dire che Taranto era stanca delle menzogne e non voleva morire di tumore. Qualche giornale si è affrettato a evocare i black block, ma subito la questione ha preso contorni ben diversi e più interessanti. A mano a mano che è andata sviluppandosi la discussione tra chiusura della fabbrica assassina o difesa comunque del posto di lavoro, tra salute e lavoro, tra salute come bene primario e altre possibilità di lavoro rispetto alla monocultura di fabbrica che devasta da cinquant’anni quel territorio, il gruppo dell’Apecar si è precisato anche agli occhi di chi non aveva saputo vederlo come qualcosa di inedito.

    Si tratta di un comitato che raccoglie, come recita il nome, “Cittadini e lavoratori liberi e pensanti”. Una novità assoluta, se pensiamo allo sciopero di marzo degli operai a sostegno dei Riva contro le minacce di limitare la produzione derivanti da indagini della magistratura, “sciopero” pagato dal padrone, che aveva fornito agli “ottomila”, come li ha chiamati la stampa, kit da manifestazione, con cappellini trombette e fischietti. Questa volta nel comitato gli operai stanchi dell’acquiescenza sindacale e delle connivenze politiche si collegano alle numerose frange ambientaliste che da anni vanno denunciando lo scempio del territorio; le frange suddette, prima divise, trovano una nuova unità, portando tutte le loro differenze. A questi due elementi centrali se ne aggiungo altri, come gli ultrà della squadra di calcio, che avrebbero voluto vederla in campo con una maglietta da loro disegnata e in un primo tempo approvata dalla dirigenza e poi “misteriosamente” bloccata con su scritto “respiriAmo Taranto” (lo stadio è l’unica cultura collettiva che ci hanno lasciato?).

    Ci sono studenti, anche di quelli che frequentano le palazzine dell’Università in bocca alla fabbrica, nere dopo pochi anni, tra campi bruciati, e di quelli che sono stati invece spostati nella nuova sede in un antico convento della città vecchia, l’isola insieme suggestiva di storia e abbandonata, con intere parti crollate e mai restaurate e la popolazione spostata, deportata nei nuovi quartieri periferici, che circondano Taranto come una corona di spine, segno anche questo della follia di uno sviluppo che sradica, distrugge, travolge, cementifica. E ci sono, nel comitato, i precari di una città che pur essendo tra la più industrializzate del Sud, con l’Ilva e la raffineria dell’Eni, con la Cementir e i cantieri della Marina, vanta una disoccupazione dell’ordine del 30 per cento. Ci sono tutti quelli che la fabbrica ha travolto, dagli allevatori di cozze ai pastori che hanno visto abbattere le greggi (circa duemila capi) perché avevano pascolato in terre molto contaminante, personaggi folcloristici con look da pirata e bandiera col teschio che evidentemente non richiama la Tortuga e pediatre e infermiere che testimoniano il massacro dei bambini, che qui si ammalano di tumore con percentuali altissime, di gran lunga superiori a quelle del resto d’Italia. E poi, ancora, ne fanno parte cittadini indignati, operai licenziati per malattia, che alle manifestazioni si scoprono il petto mostrando gli apparecchi per la chemioterapia, parenti di lavoratori morti per tumore, che mostrano le foto dei loro cari, operai mobbizzati, ex delegati Fiom mandati a lavorare fuori dallo stabilimento, in palazzine dove c’è solo un tavolo e una sedia e niente da fare per otto ore, in quello che ai tempi dell’Italsider era il circolo aziendale, dove non solo si giocava a tennis o a bocce, ma dove si offriva, anche alla città, cultura. Questo luogo con i Riva è stato affidato direttamente ai sindacati, con un finanziamento via via più ridotto: la fabbrica ha abbandonato qualsiasi alibi di risarcimento culturale e sociale e, brutalmente, ha mirato solo al profitto, elevatissimo in questi anni. Guadagnare a tutti i costi: soprattutto sfruttando all’estremo gli impianti, senza curarsi delle emissioni nocive; anzi corrompendo per far risultare nella regola ciò che era eccezione criminale.

    Questo vario raggruppamento dei Cittadini e lavoratori liberi e pensanti si è fortificato attraverso assemblee e manifestazioni, nei giorni caldi della discesa dei ministri in città per scongiurare il fermo degli impianti decretato dalla magistratura (17 agosto); in assemblee come quella con Guido Viale del 20 agosto, dove le testimonianze si succedevano a interventi su possibili alternative alla fabbrica, nella prospettiva di un’economia compatibile con la salute, basata sulle risorse ambientali e sul sapere accumulato; con la manifestazione ai Tamburi ripresa dalla trasmissione Piazzapulitade La 7 (30 agosto). Migliaia di persone di tutti i ceti, d’agosto, si sono ritrovate in piazza, evitando le possibilità di scontro (il 17 la polizia aveva segnato una vera e propria zona rossa intorno alla prefettura, nella quale erano scesi i ministri e i politici locali), testimoniando pacificamente una rabbia che afferma che la vita non si può barattare con la prospettiva di un posto di lavoro sempre precario, sotto ricatto, e che bisogna forse chiuderla quella fabbrica, perché mai sarà messa in condizione di non nuocere, perché costerebbe troppo, e sarà piuttosto spremuta (secondo alcuni) allo spasimo e poi gettata via, dismessa.

    Sul profilo Facebook dei Cittadini e lavoratori liberi e pensanti ai proclami e agli appuntamenti si alternano analisi, documenti, testimonianze, inchieste, con una vivacità intellettuale e una passione civile raramente conosciuta da questa città, nota per un immobilismo tristemente rotto solo dal populismo del sindaco Cito, dalla guerra di criminalità degli anni ‘80 intorno agli appalti e alle commesse pubbliche, dalla grande deriva politica che di corruzione in corruzione ha portato al default delle casse comunali causato dall’ultima giunta Forza Italia, nel 2005.

    I simboli

    Il Comitato ora ha trasformato nel proprio simbolo l’Apecar che irruppe nel comizio sindacale reclamando la parola per chi sembrava non averne i titoli. Sembra una versione gentile della cacciata di Lama dalla Sapienza che diede il via al ‘77: come allora è immagine della critica a un sindacato e a una politica che sembrano troppo più attenti alle compatibilità di sistema che all’interresse vero della società, della polis. È un macchinino a tre ruote, sgarrupato, che carica di tutto e che con lentezza può arrivare ovunque, diffondendo reggae e altre allegre musiche di “battaglia”. Sul profilo Facebook dei Cittadini liberi e pensanti qualcuno ha postato la foto di un Apecar che si è arrampicato fino a Machu Picchu.

    L’emozione del dolore. Quelle foto dei malati, dei morti, i racconti di calvari col cancro che suscitano commozione e indignazione nelle assemblee, nelle mobilitazioni di piazza, richiamano la televisione del dolore. Ma il senso è ben diverso. È una comunità ferita che sente il bisogno di raccontarsi, di mostrare le piaghe non per avere dieci minuti di visibilità ma per cambiare un corso delle cose che sembrava scritto una volta per tutte. Raccogliersi, testimoniare, chiedere che non avvenga mai più. Partire dalle persone, mettendo anche in discussione, con lacerazione, grandi principi come quelli del lavoro sempre e comunque. Rifiutando il ricatto della scelta tra sottosviluppo o morte. Non a caso, spostando appena di un po’ il fuoco, i portavoce di questo movimento di cittadinanza sono due operai mobbizzati, Cataldo Ranieri e Massimo Battista: entrambi ex delegati Fiom, con anni di denuncia delle condizioni di lavoro e degli attentati alla sicurezza e alla salute in nome della produttività, hanno dovuto lasciare un sindacato nel quale non si sentivano difesi e rappresentati, che ha accettato senza opposizione lo spostamento di Battista in quella palazzina sul mare dell’ex circolo Italsider a non far altro che contare le barche che passano.

    “Noi siamo spartani” si è sentito affermare in alcuni momenti delle manifestazioni. Certo, la storia dice che Taranto fu fondata da profughi della città guerriera del Peloponneso. Neo-leghismo meridionale, l’equivalente a specchio dei celti di Bossi, in una città dove di popoli da allora ne sono passati veramente molti? Può darsi: si sa che i movimenti nascenti hanno bisogno di darsi anche un’identità simbolica, sempre parzialmente (o fortemente) immaginaria. Ma nei discorsi di piazza spesso l’aggettivo spartano arrivava legato all’espressione: “Noi siamo incorruttibili”, contro quella che sembra ai Cittadini liberi e pensanti un’evidenza, la corruzione di coloro che hanno fatto finta, in questi anni, di non accorgersi degli scempi dell’Ilva, organi di controllo, organi dello stato, amministrazioni locali, sindacati, spesso dimostrati conniventi dalle recenti intercettazioni o comunque colpevoli di omissione. Gli aggettivi “incorruttibili” e “spartani” richiamano certi discorsi di Robespierre per la virtù civica contro il modello asiatico imperiale e corrotto, e evocano la democrazia come discussione dell’agorà (certo, la piazza degli eguali nell’antica città greca era una comunità ristretta, aristocratica, ma grande è la suggestione mitologica di un piccolo popolo che si autodetermina e che diventa capace di imprese giganti).

    Cultura

    A Taranto si respira, nonostante tutto, un’aria parzialmente nuova. Piena di difficoltà, di contraddizioni. Anche nella cultura. In una corrispondenza teatrale dalla città ionica, in giugnoRoberta Ferraresi raccontava su Doppiozero un bel festival nato su impulso delle residenze teatrali sostenute dalla Regione Puglia. In questa città l’arrivo dei Riva ha contribuito a un generale processo di desertificazione della cultura, incrementato da anni di leghismo meridionale e di malversazione politica. Si diceva di come il circolo Italsider in anni lontani avesse stimolato i confronti con belle stagioni teatrali e musicali, poi cancellate. Oggi i cinema si contano sulle dita di una mano. Il Comune gestito dalla sinistra ha dovuto ripianare il dissesto finanziario della precedente gestione e poco ha potuto fare. Appaiono impastoiati progetti magniloquenti di imprese pubblico-private, come la ristrutturazione in sala teatrale del cinema Fusco collegato con la realizzazione di un megaparcheggio sotterraneo, con un finanziamento europeo che giace inutilizzato fino alla ormai prossima scadenza dei termini. L’università, arrivata dopo tante battaglie come decentramento di quella barese, poco si integra ancora con la città. Unici segni vividi un’inversione di tendenza vengono dai propositi di potenziare il polo del museo archeologico (ancora in ristrutturazione) e di rendere visitabili altri beni storici.

    Il teatro indipendente, in questo panorama, rappresenta una felice eccezione, con una compagnia, il Crest, che caparbiamente ha sempre rifiutato di abbandonare il territorio, rinnovandosi ogni volta che alcuni suoi componenti emigravano (si formavano, nel gruppo, che spesso chiamava maestri di rilievo da varie parti d’Italia, e una volta acquisite competenze cercavano altrove gli strumenti per emergere). Da tre anni sono entrati nel sistema delle residenze: hanno ottenuto un luogo, vicino alla fabbrica, ai Tamburi; lo hanno ristrutturato e trasformato in uno spazio multifunzionale, in parte con finanziamenti pubblici, in parte rischiando del proprio. Tra le colonne di questo gruppo, oltre alla fondatrice Clara Cottino, esponente di una generazione formatasi negli anni ‘70 dello sviluppo e dell’apertura culturale, c’è Giovanni Guarino, ex operaio e delegato di una ditta di manutenzione dell’Italsider, che ha raccontato la storia di questa fabbrica sempre controversa, innalzata su centinaia di morti bianche, in una bella pièce intitolata Vico ospizio. E c’è un gruppo di giovani motivato, capace di confrontarsi con la scena nazionale.

    Ma la vitalità si rivela nel pullulare di associazioni, soprattutto d’impronta ambientalista, ma anche culturale, che vuole sottrarre la città alla monocultura di fabbrica dominante.

    Vogliamo vivere

    Il grido che risuonava nelle piazze quest’estate, oltre a “Non siamo burattini” e a vari improperi contro tutti quelli che avevano avvelenato, truccato i dati, tradito un’intera città, era: “Noi vogliamo vivere”, intonato, canticchiato come un jingle, come uno slogan da stadio, con disperazione e gioia. Come una sfida di ritrovarsi a combattere, di contarsi in tanti, diversi, uniti da un’urgenza. Nella scelta tra salute e lavoro i tarantini liberi e pensanti sembrano propendere per un lavoro che non uccida, a costo di doverselo reinventare.

    Ho chiesto a Francesca Razzato, una giovane amica del comitato, di raccontarmi la giornata dell’Apecar e quello che ha significato. Mi ha scritto una bella lettera che testimonia l’aria nuova che si prova a respirare. Ne estraggo un passaggio:

    La novità assoluta dei Liberi e pensanti consiste nel fatto che siano caratterizzati in prima battuta dagli stessi operai Ilva, i quali per la prima volta si pongono come elemento di frattura verso il sistema del profitto di cui indirettamente fanno parte, ribellandosi al ricatto occupazionale a cui sono sottoposti, e spezzando la dicotomia ambiente-lavoro che fino ad allora aveva diviso e immobilizzato la città nelle fazioni degli “ambientalisti” da una parte e dei “lavoratori” dall’altra.

    Oltre agli operai Ilva il comitato è composto da precari, studenti, disoccupati, da donne e uomini di Taranto che a causa della monocultura dell’acciaio, letale non solo per l’ambiente ma anche per la capacità di sognare e immaginare, decidono di riprendere in mano le proprie vite incontrandosi, discutendo, contaminandosi, incrociando i propri sogni e le proprie esistenze, per provare a tracciare insieme un altro futuro possibile e un’altra idea di città.

    Emblema di questo vento di cambiamento è la giornata del 2 agosto in cui i Liberi e pensanti,in occasione della manifestazione dei sindacati confederali, hanno per la prima volta espresso i propri desideri e i propri bisogni contestando chi nel corso degli anni non è stato capace di immaginare altro, rispetto all’attuale disastro.

    Difficili da spiegare le sensazioni e le emozioni che hanno attraversato quella parte del corteo.

    In quella giornata epocale, per la prima volta, gli uomini e le donne di Taranto hanno avuto la percezione che il futuro, da sempre percepito come una prospettiva infinitamente lontana, stesse scorrendo sotto i piedi, e che il futuro fosse adesso.

    Taranto Italia

    L’estate di Taranto ha un segreto e un’evidenza, che pochi, mi sembra, hanno sottolineato. La sua dirompente forza deriva dal fatto che Taranto è l’Italia. La questione Ilva rappresenta la questione centrale del nostro Paese: uno sviluppo che ha ignorato l’uomo per il profitto, non solo quello derivato dallo sfruttamento, ma anche quello dei dati truccati, delle mazzette, delle connivenze, dell’interpretazione lasca di leggi deboli. Le ciminiere che spuntano dalle case, i fumi che divorano i polmoni sono simili alle distese di case e fabbrichette senza soluzione di continuità della pianura padana cooperativa, alle villette e agli albergucci geometrili che martoriano le coste nell’orrore della Disneyland adriatica e di molte altre zone marine. Sono le strade affogate da automobili, le autostrade disegnate per i camion, le ferrovie disastrate. Sono le immense periferie accalcate a fabbriche e discariche. Sono un’idea di privatizzazione che vuol dire riscuotere tutti i vantaggi dell’incasso, addossandone alla comunità i costi (il modello Fiat, potremmo chiamarlo). Sono una politica asservita all’industria, prima, e all’industria e alla finanza ora. Sono malversazione, bugie, trame, malaffare travestito da governo, cura sempre solo del particulare, evasione delle leggi. Sono quei trenta centimetri di terra che bisogna scavare per bonificare (forse) i giardinetti e quelle nubi rosse che offuscano il cielo azzurro dello Ionio. Sono gli anni del governo Berlusconi, ma anche di vari altri colori, della privatizzazione selvaggia a spese della comunità, dei condoni edilizi e fiscali; sono l’idea che bisogna sottostare a qualsiasi ricatto di chi ha i soldi altrimenti agli altri saranno tolte pure le briciole.

    Taranto quest’estate sembra aver detto no, in massa. Ritrovando uno straordinario senso di comunità, con la consapevolezza, subito chiara, che per andare avanti bisogna dialogare con tutti coloro che in Italia vogliono provare a cambiare le cose.

    MASSIMO MARINO
  11. «Ho dedicato la vita ai romanzi. Li ho studiati, insegnati, ho scritto, letto. Escluso tutto il resto. È molto! Non provo più quel fanatico attaccamento alla scrittura provato per tutta la vita». Traggo queste parole dall’ormai famigerata intervista (fin troppo drammatizzata: dopotutto, a sentirlo parlare, si direbbe che è più felice e sereno di noi) in cui Philip Roth dichiarava l’intenzione di non scrivere più una riga.

    Nel leggerle, mi è tornato alla memoria un incontro che feci anni fa con Sarah Chalfant, uno degli agenti di Roth. Eravamo nell’ufficio newyorchese di Wylie. Ero emozionatissimo. Naturalmente non riuscii a tenermi, subissandola di domande sul mio eroe. Non c’era niente, allora, che più mi emozionasse della vita appartata di Philip Roth. Il desiderio di rintanarsi, il concedersi lo stretto indispensabile, l’ironia con cui gestiva la privacy: così romantico, e così funzionale alla vita di uno scrittore. Mi dicevo: l’intensità raggiunta dallo stile negli ultimi tempi, la prolificità, la seconda giovinezza artistica ancor più vigorosa della prima… Tutto ciò non è che il premio per tanta abnegazione. Che non sia questo il sogno americano sul quale la sua narrativa non la smette di interrogarsi? Se lasci stare il resto e ti impegni, prima o poi avrai la tua ricompensa. Era bello meditare con gravità sui grandi reclusi che avevano cambiato il corso della letteratura: da Montaigne a Flaubert, da Rousseau a Proust… Pensavo al desiderio di consacrarsi al lavoro che quel debosciato di Baudelaire aveva coltivato invano per tutta la vita. Ai chili di anfetamina ingurgitati da Sartre per non cedere alla stanchezza. Mi sembrava che Roth facesse parte della famiglia, anche se in un modo più sobrio e meno patologico rispetto ai suoi predecessori. In tanta dedizione ravvisavo qualcosa di molto borghese (nell’accezione peculiare che la parola avrebbe avuto per Thomas Mann, o per mio padre). Non è interessante quello che hai scritto, ciò che conta è quello che devi scrivere. Non lamentarti per gli errori commessi, prova a correggerli. Non startene lì a elucubrare su ciò che gli altri dicono del tuo lavoro, concentrati su quello che il tuo lavoro può darti in termini di autoconsapevolezza.

    Sarah Chalfant, senza in alcun modo tradire il riserbo del suo celebre assistito, mi disse che non aveva mai conosciuto uno scrittore che concepisse il lavoro in modo altrettanto monastico: Philip (sì, così lo chiamava, come io chiamerei mio fratello) è semplicemente il suo lavoro.

    Nel lontano 1983, a Hermione Lee che lo intervistava per la «Paris Review» un Roth cinquantenne confessava di lavorare «tutto il giorno, mattina e pomeriggio, sette giorni su sette». Ne Il fantasma esce di scena, Nathan Zuckerman, il più famoso alter ego rothiano, così descrive la sua vita: «Non vado a mangiare fuori, non vado al cinema, non guardo la televisione, non possiedo né un cellulare né un videoregistratore né un lettore dvd né un computer. Continuo a vivere nell’Era della Macchina da Scrivere e non ho idea di cosa sia il World Wide Web. Non mi prendo più il disturbo di votare. Scrivo tutto il giorno e spesso fino a notte fonda. Leggo, in particolare i libri che ho scoperto per la prima volta da studente, i capolavori della letteratura il cui potere su di me non è minore, e anzi in certi casi maggiore, di quanto lo fosse nei primi incontri che ho avuto con loro». Nelle ultime strazianti pagine diHo sposato un comunista, Murray Ringald, ultranovantenne ex professore di liceo di Nathan, così ammonisce il suo ascetico allievo: «Guardati dall’utopia dell’isolamento. Guardati dall’utopia della capanna nel bosco, dell’oasi che protegge dalla rabbia e dal dolore».

    Immagino (e spero) che la vita di Roth sia stata meno claustrale, e decisamente più divertente, di quella del suo alter ego. Ciò non di meno è evidente che l’«utopia della capanna nel bosco» abbia esercitato su di lui un fascino irresistibile. Fino a diventare uno degli argomenti segreti dei libri della maturità.

    La cucina di Newark
    Nell’intervista incriminata, Roth dice anche: «Non penso che libro più libro meno, la situazione cambi».

    Come dargli torto?

    Ti basta aprire uno dei suoi ventotto libri per ritrovarti nella cucina di una casetta in arenaria nei sobborghi del New Jersey alla fine degli anni 40. Due genitori che sgobbano e due figli maschi: teneri, curiosi, esuberanti. Amano lo sport non meno dello studio, le ragazze nonmeno degli amici. Programmati alla vittoria non meno di quanto siano impreparati alla sconfitta. È lì che tutto inizia. Ed è lì che tutto dovrà finire. Perché l’emancipazione, la totale emancipazione, è impossibile. Che non sia questo l’insegnamento del più emancipato degli scrittori americani? A un tratto, ne La controvita, durante un litigio tra fratelli, Henry Zuckerman chiede con sarcasmo a Nathan: «Dimmi una cosa, è mai possibile, almeno fuori dai tuoi libri, che tu abbia un quadro di riferimento un po’ più vasto del tavolo della nostra cucina di Newark?». Nathan, senza perdersi d’animo, gli risponde: «Il caso vuole che il tavolo di quella cucina di Newark sia la fonte di tutti i miei ricordi ebraici».

    Ho l’impressione (tanto più ora, che ha chiuso coi romanzi) che Roth abbia impiegato metà dei suoi libri a tentare di alzarsi dal tavolo di quella cucina, e la metà restante provando a risedercisi.

    L’ecosistema Roth
    Balzac ha insegnato ai romanzieri che un singolo libro, per quanto bello e appassionante, non può e non deve bastare. Affinché l’arte rivaleggi con la vita occorre che tra ogni libro si crei una segreta promiscuità. Balzac era convinto che solo attraverso tale intreccio misterioso, sancito dalla trasmigrazione dei personaggi da un romanzo all’altro, si potesse restituire il senso del tempo.

    Il caso-Roth dimostra quanto Balzac avesse ragione.

    È con un brivido di piacere che il rothiano esperto ritrova l’infermiera Jinx Possesski a metà de Il teatro di Sabbath. L’avevamo lasciata a Gerusalemme, in Operazione Shylock, e ora è di nuovo qui, ad accudire Drenka Balich, malata terminale di cancro. E, a proposito, Drenka ha un figlio che fa il poliziotto. Si chiama Matthew: ne Il Teatro di Sabbath abbiamo acquisito sul suo conto informazioni interessanti. Eccolo ricomparire alla fine de La macchia umana: è l’agente che si occupa dell’annoso caso di Coleman Silk e Faunia Farley…

    Credetemi se vi dico che di analoghi esempi potrei fornirvene almeno un’altra dozzina. Pensate alla giovane Amy Bellette di cui ci siamo tutti un po’ invaghiti ne Lo scrittore fantasma, che rispunta fuori — vecchia, smagrita, malata di cancro — ne Il fantasma esce di scena. Roth gioca con i ritorni balzacchiani. E lo fa meglio di Balzac. Il mondo di Balzac è troppo grande e intricato, e la sua ambizione onnicomprensiva. Roth si contenta. Dà prova di umiltà e furbizia. La sua unità di misura è la famiglia, non la società. Questo facilita il compito sia per lo scrittore che per il lettore. Conoscete nucleo sociale più commovente della famiglia?

    Perdonate l’autocitazione
    Ecco cosa osavo scrivere, con l’avventatezza dei ragazzi, una decina di anni fa, su «Nuovi Argomenti», prima rivista a ospitare le mie intemerate: «Se Roth fosse morto nel 1991, all’età di 58 anni, oggi sarebbe ricordato come un ottimo scrittore ebreo-americano famoso per un fortunatissimo bestseller sulla masturbazione e sulle mamme ebree. E per poco altro». Per valutare come un giudizio del genere, almeno allora, non fosse così scandaloso, sentite cosa aveva detto, in una intervista, Harold Bloom: «A Bellow contrapporrei un talento straordinario — Philip Roth. In Roth vedo una potenza sempre maggiore. E al momento, incredibile a dirsi, è poco apprezzato». Guarda caso queste parole di Bloom risalgono a quel fatidico ’91: alla vigilia della grande riscossa rothiana. Da notare come Bloom si indigni per il fatto che Roth sia diffusamente sottovalutato. Una lagnanza che oggi non avrebbe alcun senso,ma che nel ’91 invece…

    Solo ora capisco quanto quel mio giudizio ingeneroso fosse sostanzialmente sbagliato. È tuttora evidente che lo zenit dell’arte rothiana si collochi temporalmente tra il 1991 in cui esce Patrimonio e il 2000, l’anno in cui La macchia umana chiude la cosiddetta «Trilogia americana». In quel decennio la prosa di Roth raggiunge un vigore michelangiolesco. PatrimonioOperazione ShylockIl teatro di SabbathPastorale americanaHo sposato un comunistaLa macchia umana. Mi tremano i polpastrelli solo a trascrivere i titoli uno di seguito all’altro. Ma è altrettanto vero che tale fortezza non avrebbe la stessa maestosità se non poggiasse su fondamenta altrettanto robuste. Ciò di cui allora non tenevo conto è la stupefacente compattezza dell’opera di Roth, e l’itinerario che andava implacabilmente disegnando.

    Everyman
    Nelle edizioni americane dei libri di Roth trovate la lista completa delle sue opere suddivise in cicli romanzeschi: ci sono «I libri di Zuckerman», «I libri di Roth», «I libri di Kepesh». Ogni ciclo prende il nome dal protagonista. Per avere un’idea di quanto tali protagonisti si sovrappongono, pensate a un libro come I fatti, in cui Zuckerman e Roth arrivano a specchiarsi l’uno nell’altro. Roth adora moltiplicare le sue identità. Non per mero gusto dell’autoparodia, ma, si direbbe, per aprire nuovi fronti bellici. Qualche malevolo potrebbe capziosamente suggerire che a un narciso della sua risma un solo «io» non basti: che, per placarlo, ne occorrano una falange. Ma, battute a parte, la verità è che le sue identità servono tutte lo stesso padrone. Roth stesso una volta confessò: «Inventarmi biografie false, storie false, architettare un’esistenza semi-immaginaria a partire dal dramma reale della mia vita è la mia vita». Un programma estetico niente male. Una circolarità affascinante che spiega parecchio di Roth. Il guaio è che di norma all’egocentrismo si dà un’accezione negativa, dimenticando che può rivelarsi un insuperabile strumento di conoscenza. Lo è stato per Montaigne, per Chateaubriand, per Rousseau e per Stendhal… Perché non dovrebbe esserlo per Philip Roth? Roth fa suo il precetto ebraico secondo cui una sola vita vale il mondo intero. Quella sola vita lì, che ne contiene milioni di altre, è il terreno di scontro privilegiato da Roth. Il suo ring artistico.

    Del resto, a dispetto delle apparenze, non è poi così difficile definire la vita di un individuo qualsiasi. Ciascuno di noi sa cosa significa nascere in un certo contesto: storico, sociale, politico, etnico… Ed esserne fatalmente condizionati. Tutti noi abbiamo avuto un padre e una madre. E, ammesso che le circostanze ci abbiano dato l’opportunità di condividere del tempo con loro, tutti noi sappiamo quanto poco ci abbia messo la loro insostituibilità a tramutarsi in ingerenza. D’altronde, solo assaporando fino in fondo la libertà della vita adulta puoi capire quanto avvincente sia il mondo originario dal quale ti sei affrancato. In un magnifico passo di La lezione di anatomia, così Roth parla della crisi creativa attraversata da Zuckerman quarantenne: «Senza un padre, una madre e una patria, non era più un romanziere. Non più un figlio, non era uno scrittore. Tutto ciò che lo galvanizzava si era estinto, senza lasciare nulla di inconfondibilmente suo e di nessun altro da rivendicare, da sfruttare, da ingrandire e da ricostruire». Una notazione (una confessione?) davvero interessante. Che dice parecchio della narrativa di Roth, o almeno di quella del primo periodo. Uno scrittore è tale solo se è un figlio. Un’idea settaria che Roth sembra aver mediato da Kafka. E che, per qualche tempo, deve averlo messo in crisi e bloccato, non meno di quanto abbia messo in crisi e bloccato Nathan Zuckerman. Deve essere stato davvero liberatorio scrivere, ad appena trentasei anni, un manifesto dell’irriverenza come Lamento di Portnoy. Deve essere stato uno spasso indossare i panni del pansessualista sfrenato. Il problema della narrativa ribellista è che una volta che le tue rivendicazioni libertarie sono state accolte non ti resta molto altro da scrivere. Per l’appunto: quando non hai più niente da «rivendicare», da «sfruttare», da «ingrandire», da «ricostruire» non sei più uno scrittore. Allora, se non vuoi trasformarti nella parodia di te stesso, non ti resta che diventare adulto. Non più un figlio da accudire, ma in un certo senso un padre che accudisce.

    L’esame di maturità di Philip Roth è coinciso più o meno con la malattia e la morte del padre. Mi guarderei bene dall’attribuire un eccessivo valore a un evento biografico (per quanto fondamentale nella vita di un uomo) se non fosse stato lo stesso Roth a renderlo così artisticamente impellente. Non è casuale che la dedica di un libro di passaggio come La controvita reciti: «A mio padre che ha ottantacinque anni». Né che i tre libri seguenti (I fattiInganno e Patrimonio) siano esplicitamente autobiografici. Né che, di questi tre, l’ultimo sia la cronaca feroce e implacabile della morte del padre. Il patrimonio cui Roth allude è quello che toccherà a lui far fruttare nei capolavori della maturità. Solo allora la Newark della sua infanzia tornerà finalmente a concedersi, trasfigurata dal diaframma della nostalgia.

    Il Nathan Zuckerman che ritroviamo in Pastorale americana è un uomo vecchio e pacificato. Un laborioso eremita della letteratura, reso impotente e incontinente da una devastante operazione alla prostata. Che grande idea quella di castrare il suo alter ego! Solo un Nathan con il pannolone può svestirsi del suo narcisismo, e scoprire l’oblatività dei grandi romanzieri. Come a tutti gli impotenti, infatti, a Nathan non resta altro che guardare. Ed è quello che fa. Avidamente. Ha imparato talmente bene a guardarsi dentro che ora entrare in rapporto empatico con gli altri gli viene a dir poco naturale. C’è un passo in Pastorale americana in cui tale cambio di prospettiva si esprime in una forma grammaticale. Un passaggio repentino dalla prima persona di Nathan alla terza persona dello Svedese, il vero protagonista del romanzo. È una specie di epifania. Un atto di metempsicosi artistica.

    Nathan è alla quarantacinquesima riunione degli ex allievi della sua scuola; è in pista che balla con Joy, un tempo deliziosa compagna di scuola, ora una donna alle soglie della vecchiaia. È allora che Nathan inizia a sognare il suo romanzo: «Alle notemielate di Dream mi staccai da me stesso, mi isolai dal resto della compagnia e sognai… Sognai una cronaca realistica».

    Se qualcuno mi chiedesse di spiegare in poche parole perché Pastorale americana è uno dei massimi capolavori della letteratura contemporanea, probabilmente mi limiterei a leggergli il paio di frasi che ho appena citato. La generosità con cui Roth si stacca da se stesso e si concede ai suoi personaggi. È tutto qui il segreto.

    Drenka Balich, Dawn e Merry Levov, Rita Cohen, Eve Frame, Delphine Roux… Sono donne, donne partorite della fervida fantasia rothiana. Con un po’ di fortuna potrebbero ritrovarsi a fare la spesa nello stesso discount. Per quel che mi riguarda, hanno la stessa presenza scenica di Fedra o di Emma Bovary. E pensare che in giro c’è ancora chi fa passare Roth per un pericoloso misogino.

    Alessandro Piperno

    (Fonte: lettura.corriere.it)

  12. Mentre scrivo, un uomo di nome John McAfee vive da ormai una settimana nascosto e in fuga dall’intero corpo di polizia del Belize, ricercato per omicidio. Anche se nessuno sa dove si trovi—forse nella foresta pluviale, forse rifugiato presso un ricco possidente in cambio di denaro—è ad ogni modo sempre e comunque connesso a internet. La storia avrebbe poco di scientifico, non fosse che John McAfee è quel tale che dopo aver inventato l’antivirus più diffuso al mondo ha cominciato a produrre metanfetamine in un capanno di legno del Centroamerica.

    Ma andiamo con ordine. Mi sono interessato alla storia di John McAfee quando ho letto dellʼiper-fungo che inibisce il fungo che trasforma gli insetti in zombi. Avete presente le formiche zombi?


    LE FORMICHE ZOMBI

    Nelle foreste pluviali di Brasile, Africa e Thailandia, c’è un fungo le cui spore entrano nel cervello delle formiche, le costringono a serrare le mandibole su una foglia e le uccidono. Dopo due giorni il corpo fruttifero di un neo-fungo sfonda l’esoscheletro del cadavere, pronto a diffondere nuove spore. Lʼefficacia con cui il parassita modifica il carattere dellʼinsetto è tale da aver ispirato nei ricercatori il macabro epiteto di formiche zombi. Esistono diverse specie di fungo, ognuna adattata a una specie diversa di formica o insetto. Il Cordyceps unilateralis, per esempio, è il fungo parassitoide che infetta la formica Camponotus leonardi in Brasile.

    Gli ecosistemi tuttavia sono il frutto di lente, inesorabili concertazioni di forze tendenti all’equilibrio—la relazione parassita-zombi risale allʼEocene—di cui l’uomo si accorge solo sfogliando le pagine di mamma natura come un libro-game. Infatti, solo questʼanno si è scoperta lʼesistenza di altri funghi, chiamiamoli iper-funghi, che attaccano il Cordyceps e lo sterilizzano, salvando i formicai dalla rovina.

    Leggendo la notizia ho subito pensato allʼanalogo digitale: unʼentità prende il controllo di un sistema più complesso e lo costringe a fare ciò che vuole, a meno che una terza entità disattivi lʼente parassita. Così ho scarabocchiato su un foglio la seguente corrispondenza:

    formiche → sistema operativo
    fungo → virus 
    iper-fungo → antivirus

    Con l’unica differenza che l’iper-fungo non vuole fare un piacere alla formica ed entra in gioco solo dopo che questa è morta. Nelle scienze informatiche, al contrario, l’antivirus è concepito con il chiaro fine di proteggere il sistema e prevenire lʼinfezione, e chi programma lʼantivirus migliore fa i miliardi. Così è andata per John McAfee.

    LA RIVINCITA DI UN NERD

    Poco più di un anno fa la McAfee Inc., l’azienda di sicurezza informatica titolare dell’antivirus più famoso al mondo, è stata acquistata da Intel per la modica cifra di 7,68 miliardi di dollari. Il suo fondatore, John McAfee, aveva lasciato la compagnia nel 1994 dopo lʼannuncio del famigerato virus Michelangelo che mai colpì—ma che fece levitare clamorosamente le vendite della sua azienda—con un benservito da 100 milioni di dollari. Per un conto pratico: sono circa mille Win for Life. Oggi invece è ricercato + borderline, e gli rimarranno sì e no tre o quattro Win for Life. Come ha fatto un matematico ex-programmatore della Nasa e ricchissimo guru informatico a trasformarsi in un disperato avventuriero fuori di testa? Vediamolo in pochi brevi passaggi.

    1)  Dopo aver fondato unʼaltra società, Tribal Voice, poi venduta per qualche altro milione di dollari—“Era diventato un lavoro,” dichiarò—John McAfee (dʼora in poi JMA) si dà allo yoga. Inventa anche una nuova tecnica, lʼobservational yoga in cui è sufficiente sedersi e guardare altra gente che fa yoga.

    2)  A guardare gli altri che fanno yoga JMA si annoia, va in New Mexico e fonda una scuola di aerotrekkingcon alcuni amici di deboscio. Insieme si lanciano con tricicli volanti sopra gli sconfinati deserti. Coronano lʼiniziativa con un nome da posse e un tatuaggio distintivo: ecco gli Sky Gypsies, una sorta di Sons of Anarchy con le ali, ma senza commercio di armi.

    3)  Il commercio di armi comincia poco dopo in Belize, nuova casa dellʼinfaticabile. Ogni volta che un gangster minaccia di derubarlo o ucciderlo, il filantropo McAfee lo assume come guardia del corpo stipendiata. In poco tempo il suo sodalizio con la malavita giunge alle orecchie del governo, che non ha piacere.

    4)  Forse per ricostruirsi unʼimmagine, McAfee decide di fornire alla biologia lo stesso servizio reso allʼinformatica. Conosce una giovane chimica che suona la chitarra in un locale cittadino, scopre delle sue ricerche sullʼanti-quorum sensing e decide di finanziarla. Ma cosʼè lʼanti-quorum sensing detto anche quorum quenching? Qui mi sono trovato di nuovo tra i piedi le formiche. 

    PICCOLI CHIMICI CRESCONO

    I batteri delle malattie infettive diventano pericolosi solo quando raggiungono una certa concentrazione. Siccome il fenomeno dipende da una maggioranza numerica, si parla di sensibilità al quorum. A modulare la trasformazione cʼè, per esempio, un ferormone. Se un farmaco riesce a bloccare lʼattività del ferormone, i batteri sono inibiti e il gioco è fatto. Non uccidendoli, inoltre, la tecnica ha il pregio di impedire lʼaumento di resistenza agli antibiotici. Sebbene siano studi abbastanza nuovi e ancora vaghi, lʼidea di quorum sensing trova applicazioni anche nello sviluppo dei network auto-organizzativi e nei sistemi dinamici. Ed è un concetto che spopola tra gli insetti eusociali.

    La formica Temnothorax albipennis ricorre al quorum sensing per trovare nuove sedi per il formicaio. Quando il vecchio formicaio si rompe, le operaie vanno cercando nuovi siti. Quella che trova il sito migliore torna indietro e si porta dietro una compagna, secondo il meccanismo “corsa a tandem”. Migliore è il nuovo sito, più veloce è lʼandata-ritorno, che si ripete se anche la compagna ha una buona impressione. Al viaggio successivo avremo quindi quattro formiche, ecc. Il sito migliore è quello che ottiene un maggior numero di visite nel minor tempo, e quando i like raggiungono il quorum lʼintero formicaio si trasferisce.

    Il tandem che aveva in mente McAfee riguardava semplicemente il trasferimento della dott.ssa Adonizio nel suo letto. Per finanziare la ricerca le propone di fabbricare - già che hanno un laboratorio - un nuovo viagra per donne. La foresta pluviale è ricca di piante miracolose, giusto? In breve JMA comincia a usare i bunsen per sperimentare con metanfetamine e “sali da bagno”, senza nascondere la sua predilezione per il metilenediossipirovalerone (MDPV).

    La dipartita della dott.ssa Adonizio è amara, ma non impedisce a JMA di realizzare nei suoi possedimenti una comune dedita allʼamore libero—o come malignano gli invidiosi, un harem. JMA si vanta in uno dei suoi tantipost di avere cinque donne e mezzo (sette in effetti, di cui due non stanno più con lui, ma una di queste ancora si concede), più unʼaltra con cui intrattiene una sobria amicizia poiché è lʼex di un noto gangster, e unʼassassina a sua volta.


    BUGIE O REALTÀ VIRTUALI?

    Quante di tutte queste storie appartengono alla sfuggente categoria di Verità? Impossibile saperlo. Anche la vita di JMA sembra un libro-game. Da qualche giorno si nasconde nella foresta pluviale e dorme in mezzo alle sanguisughe, dice, ma rilascia interviste telefoniche e tiene un blog aggiornato tramite iPad. È davvero lui a scrivere? Quel che scrive è attendibile o sono le pseudologie fantastiche di un vecchio in preda a manie di onnipotenza da MDPV?

    Da sempre JMA tiene diari e frequenta ogni sorta di forum, in cui descrive le sue esperienze, il suo modo di vivere, consiglia alcune ricette per lʼMDPV come un alchimista descriverebbe le trasformazioni del Cinabro e lo Sperma Celeste. Abituato a decenni di hackeraggio, ama far parlare di sé e contemporaneamente far perdere le sue tracce, confonderle, duplicarsi. Tutto quello che racconta prima o poi viene smentito. Tutto quello che sappiamo di lui in Belize potrebbe essere inventato, uno scherzo. A chi lo critica per questa ambiguità ha sempre risposto: “Non giuravo sulla bibbia.”

    Lʼunica certezza è che Gregory Viant Faull, il suo vicino di casa sullʼisola di Ambergris Caye, è morto sparato. JMA accusa la Gang Suppression Unit (GSU), il corpo speciale del governo, sostenendo che volessero uccidere lui dopo che si era rifiutato di finanziare il Partito Democratico Unito. Il governo gli dà del paranoico e del pazzo. Di mezzo cʼè una storia poco chiara di cani avvelenati dopo una serie di lamentele del vicinato.

    Quando uno è bugiardo lo resta per sempre, dicono. Ma non è che il governo del Belize sia lʼimmagine della pulizia morale. E perfino il regno animale abbonda di comportamenti truffaldini. Le formiche operaie, per esempio, a volte si fingono regine per riprodursi indebitamente. Insomma, McAfee è l’assassino o la vittima? È il sistema sotto attacco o il virus?

    Gli hacker/cracker sostengono che il vero virus siano le multinazionali, dell’informatica in particolare, per cui trattano gli antivirus da virus e programmano degli anti-antivirus. Alla fine il parassitismo è reciproco. Sullʼiperfungo che prospera parassitando la meccanica vincente del Cordyceps, la ricercatrice Sandra Andersen dellʼUniversità di Copenhagen dice: “Quando il tuo adattamento ha successo, qualcun altro cercherà di trarne vantaggio.” Allo stesso modo McAfee, inventore del miglior antivirus, è stato per anni nella hit parade degli hacker: se hackavi lui potevi vantartene al bar e presto una multinazionale ti avrebbe assunto per fare nuovi anti-anti-antivirus e combattere gli altri hacker.

    Proprio come la resistenza agli antibiotici dei batteri, McAfee si è abituato fin dai primi tempi a fregare chi tenta di fregarlo. Ha decine di identità virtuali, scrive false informazioni sulle wiki, attraversa invisibile ogni server. Negli anni Duemila cambiava più IP lui al giorno di un modem impazzito. Per questo ora la notizia che stia bloggando dalla foresta pluviale mentre è ricercato diventa plausibile. Chiamiamola unʼiper-verità. Se Hitchcock fosse ancora vivo, si ispirerebbe a lui per il George Kaplan 2.0.

    Se aggiungi a questa confusione identitaria lʼuso smodato di sostanze psicotrope, ecco la ricetta perfetta per dire addio al caro ergo sum. LʼMDPV è un meth evoluto: allucinazioni, paranoia, stato psicotico. Ma John ne è innamorato: “Sono un grande fan dellʼMDPV” scrive, “penso sia la migliore droga mai concepita, non solo per lʼindescrivibile ipersessualità, ma anche per lʼeuforia senza intoppi e una discesa serena.” Molti non sarebbero dʼaccordo: i sali da bagno, tra le tante, sono quelle droghe sintetiche non perseguibili per legge ma responsabili dei cosiddetti attacchi zombi in Florida la scorsa estate. Sono il Cordyceps della fattanza.

    Cʼera bisogno di andare in Belize per fare lʼMDPV? No. Ma in Belize le conseguenze giudiziarie degli Stati Uniti possono essere eluse—non solo quelle sugli stupefacenti. Ecco delinearsi una nuova iper-verità: JMA è accusato, prima ancora dellʼomicidio del vicino di casa, di essere responsabile della morte di Robert Gilson, durante un incidente di aerotrekking in cui pilotava il nipote di McAfee, Joel Gordon Bitow. È per non sborsare, sostengono i legali di Gilson, che JMA piange miseria dopo la bolla economica e ha venduto tutte le sue proprietà sul suolo statunitense. La morte del nipote, almeno, è rappresentata da una lacrima aggiunta sul suo tatuaggio degli Sky Gypsies.

    FUNGHI FUNGICIDI E VETTE EVOLUTIVE

    Così come i sistemi operativi, una foresta tropicale è in continua mutazione. La pressione selettiva fa sì che dove un tempo cʼerano funghi e formiche ora ci siano radici grosse come tubi Innocenti, e viceversa. Così lʼadattamento devʼessere veloce. I virus sono i più mutevoli, mutevolissimi—hanno rinunciato a pezzi di DNA per adattarsi più rapidamente. Nella sua competizione con i virus, biologici e digitali, quel genio di JMA sembra voler essere più mutevole di loro.

    In questa lotta al più adatto lʼunica cosa che mi sfugge è: qual è il sistema che John sta attaccando, o da quale si sta divincolando? Il senso della Verità, la legge, la morale, i limiti umani? Ha ancora una volontà, o forse lʼha trascesa, dominato da un iper-McAfee pronto a trionfare su se stesso? Davvero, è complesso. Ha fatto per la mente umana quello che gli stunt di Sector facevano per la Sector. Se fosse vero che ha ucciso, McAfee sarebbe il Patrick de Gayardon del dissenso, e ne starebbe accettando il duro prezzo. “La disobbedienza,” ha detto tanti anni fa, “è il veicolo del progresso.”

    In questo momento McAfee è la preda. Tuttavia, come insegna Quark, i predatori più astuti si fingono spesso prede (vedi le piante carnivore, i peduncoli luminosi delle rane pescatrici, la piovra contro lo squalo ecc.). È quindi possibile che McAfee stia bloggando da uno Starbucks in Madison Square, e se la rida di gusto al pensiero di aver realizzato la sintesi divina di virus e antivirus, e di aver fregato tutti—perfino se stesso. Avrebbe smagliato il Matrix.

    È possibile invece che troveranno McAfee ancorato a una foglia tropicale psicotropa, con il cranio sfondato dalle sue paranoie, bugie, ricerca di libertà, insoddisfazione, scherno di ogni certezza… un dongiovanni che ha fronteggiato impenitente lo spettro del Dovere, pronto allʼinferno pur di far lo scellerato. Maschio alfa o derelitto? Mi aspetto ancora grandi cose da lui. In confronto alla sua storia, lʼorrore delle formiche zombi sembra uno spin off di Antz. “Ogni formica ha il suo giorno di gloria,” John McAfee se li è presi tutti.

    ANDREA CRISTALLINI

    (Fonte: Vice Magazine)